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Tag Archive: alimentazione

apr 21

Vegan. La rivoluzione bolle (solo) in pentola

Prima di inoltrarmi in una critica al vegan come filosofia alimentare permettetemi una breve premessa che serve anche da chiarimento ad alcune nozioni espresse in precedenza.

Ho precisato qui (Menù vegetariano) che scelte alimentari di tipo sostanziale dovrebbero essere determinate non da motivi filosofici, bensì da motivi razionali. Ho anche affermato che la mia filosofia in ambito nutrizionale ha una tendenza al vegetaranianismo. Potrebbero essere apparentemente due affermazioni contraddittorie. Sarebbe un’osservazione valida farmi notare che nella prima asserzione si mettono in opposizione filosofia e scelte razionali come se l’una escludesse l’altra, non solo, nella seconda asserzione dichiaro di avere una filosofia “alimentare”. Messa così pare esserci qualcosa d’inconguente.

Faccio notare che nella prima asserzione parlo di scelte sostanziali e non di semplici stili alimentari ed è un distinguo non di poco conto, i confini tendono senz’altro a confondersi, ma delimitano due approcci ben diversi. Inoltre non è detto che esista un’opposizione tra filosofia e scelta razionale. Una filosofia può non essere basata su scelte razionali ed essere soltanto indicativa di un’insieme personale di norme e gusti, come nel nel caso in questione, oppure, al contrario, prevedere solo principi razionali e seguire un intricato percorso di arfomentazioni e dimostrazioni. Per liquidare eventuali malintesi devo precisare che nel caso suddetto mi sono servito del termine filosofia in modo del tutto spicciolo, come può essere l’affermazione – la mia filosofia è non darmi mai per vinto prima di averle tentate tutte – .  E’ evidente che in quella sede col termine filosofia non intendevo la costruzione di un visione della realtà basata su modelli logici congruenti, ma un modo di intendere determinati fatti attraverso un pensiero proprio.

Chiarito questo passo a qualche considerazione sparsa sul veganismo. Le mie osservazioni sono rivolte soltanto all’aspetto politico ed economico, non essendo competente per trattazioni mediche o sanitarie, ma non escludo, e difatti esiste una saggistica in proposito, che vi siano anche inconsistenze di ordine medico scientifico.
Il veganismo, a detta dei suoi stessi sostenitori, è una sorta di vegetararianismo radicale che si esprime non solo in una serie di critiche fondate su ragioni politiche, economiche e ambientaliste, ma anche in uno stile di vita. Soprattutto quest’ultimo criterio la rende peculiare e ne fa una specie di filosofia (nell’accezione più profonda) e addirittura una sorta di comportamento religioso, con i suoi rituali e il suo culto.

La filosofia vegan non è solo enfatizzazione della critica al consumismo e alle sue storture, ma diventa esaltazione fanatica. Il veganismo non si accontenta di non fare uso di carne animale, ma esclude prodotti derivati che hanno soltanto una lontana e indiretta relazione con gli animali. Se personalmente trovo razionale e sensato, per esempio, eliminare lo sterminio degli agnelli in periodo pasquale, pratica veramente irragionevole e inutile, che ormai non ha più nessun legame con la tradizione religiosa giudaico-cristiana, se non in qualche fanatico fondamentalista, non vedo nessuna ragionevolezza nel non fare uso della lana. So bene che il principio sarebbe quello di evitare qualsiasi forma di sfruttamento del regno animale, ma chissà per quale ragione sembrano non fare caso allo sfruttamento dell’uomo nel sistema borghese capitalistico. E’ immorale per gli esseri umani arrecare sofferenza agli animali, ma dimenticano abbastanza facilmente che il loro sistema non prevede una rivoluzione per l’abbattimento di tale sistema, che è esattamente alla radice di tutti gli sconquassi ambientali di cui si lamentano.

Non voglio intrattenermi sulle divergenze filofofico-morali che esistono anche tra i vegani, cerco di rifarmi più ampiamente ad alcuni principi generalmente condivisi tra loro.
Ciò che più mi sorprende, per esempio, è l’idea che debbano esistere diritti per gli animali indipendentemente dalla  possibilità di dimostrarne un grado di coscienza che li renda consapevoli delle sofferenza arrecategli, come se non ci fossero gradi di evoluzione cerebrale nella scala evolutiva. I più fondamentalisti giungono a sostenere che non si debba fare uso nemmeno degli invertebrati. E perché non sostenere come fanno i convinti assertori dell’aura Kirlian che i vegetali possano “sentire” la presenza umana. Se le piante di casa capiscono quando ci avviciniamo per reciderle oppure se abbiamo sentimenti benevoli nei loro confronti perché dovremmo mangiare l’insalata?

Ovviamente queste sono fesserie, ma non lo è il comprendere la differenza tra un delfino e una gallina, oppure tra uno scimpanzè e una rana. Dove inizia la consapevolezza del dolore o la coscienza della sofferenza? E’ ovvio che risposte in un senso o nell’altro per ora non esistono e tutto dipende da una scelta personale (come la religione, per l’appunto). Le cose si complicano ulteriormente quando cominciamo a distinguere tra l’arrecare sofferenza o semplicemente l’abbattere un animale per ragioni alimentari. Da donatare che non ho usato la locuzione “arrecare sofferenze inutili”, anch’io sostengo che non esistano in questo caso sofferenze utili (o inutili), la sofferenza è sofferenza (quando c’è). Esiste, però, differenza tra martoriare un vitellone al macello e abbatterlo in modo indolore? Tra il rispetto degli animali e  il riconoscimento di diritti intrinseci all’esistenza?

Non intendo addentrarmi in temi così complessi anche per il motivo che non hanno una conclusione e che non si giungerebbe ora come ora ad una ragione definitiva del pro o del contro. Chiudo la questione con un’ultima osservazione che va al di là di questioni etiche e naturali: credere che il sistema del profitto si possa trasformare non utilizzando prodotti provenienti dallo sfruttamento degli animali non è un po’ come credere di eliminare lo sfruttamento capitalistico dell’uomo distruggendo i macchinari che servono alla produzione? Non è come pensare che distruggendo i computer si possa eliminare il controllo dell’informazione? Gli esempi potrebbero andare avanti per pagine è chiaro, quel che mi pare fanciullesco è la convinzione che i vegani coltivano non nel perseguire il riconoscimento di diritti agli animali, ma l’idea che lo stato di cose attuali possa essere trasformato evitando di mangiare uova e di bere caffé (il té si, chissà mai perché?).

apr 17

Menù vegetariano

In questo post propongo un menù vegetariano con la speranza di non cadere nel banale e che sia di gradimento ai vegetariani meno integralisti. So che per tutti gli altri non sarà soddisfacente dal momento che non ho evitato ingredienti quali uova e formaggi .

Faccio una premessa. Non sono vegetariano e tanto meno vegano – prossimamente parlerò un po’ di quest’ultimo fenomeno – ma sostengo la necessità di ridurre il consumo di carni per varie ragioni che spaziano dal rispetto per gli animali a motivi eco-economici a quelli salutistici.
Potrei definire la mia filosofia alimentare come “onnivora orientata al vegetarianismo non fondamentalista”.
Soprattutto ritengo che il consumo di carne debba essere ridotto il più possibile nei paesi ove questo sia possibile e non in modo integralista e che ciò debba essere applicato in base a motivi e scelte razionali e non puramente filosofiche. Diciamo che la filosofia a mio modo di vedere va bene per chi se la può permettere.

Un motivo razionale potrebbe essere del tipo – è inutile conservare uno stile di cucina ricco di carni perché queste non sono necessarie per una buona nutrizione -. Un altro motivo potrebbe essere – l’allevamento di animali ha un impatto ecologico dannoso nell’equilibrio ambientale locale e/o globale, ecc.. La questione dell’eliminazione dell’allevamento di animali a scopo di macellazione per presunte capacità degli stessi di sviluppare una forma di coscienza evoluta è tutta un’altra questione che richiederebbe lunghe digressioni etiche e biologiche.

Non ritengo, per amor di precisione, che norme che regolano l’astensione dal cibarsi di certi animali o comunque di carne in generale siano nate in modo del tutto irrazionale anche se praticate per motivi religiosi, ma credo che si siano perse con il tempo e l’evoluzione storica le ragioni originarie e dunque siano nel presente del tutto inutili. Eventuali obiezioni che puntualizzino la possibilità di una ragione ancora valida sono ovviamente escluse dal ragionamento appena fatto. Evidentemente se ancora sussistono i motivi che avevano condotto a certe scete sarebbe contraddittorio non ammetterne la validità.

Punto, per ora mi fermo qui, ma avrò modo di definire meglio la questione parlando dell’alimentazione Vegan.

E’ vero che questo menù nasce dalla mia fantasia, ma è stato pensato rielaborando alcuni approfondimenti che mi sono ritrovato a fare cercando notizie e informazioni sull’alimentazione e la cucina del passato. Due delle ricette sono ispirate ad alcuni piatti ritrovati in vecchi ricettari anni ’60. Una, a base di spinaci e carote, ve la “scodello” così come l’ho letta, l’altra, uno strudel con pasta di patate, l’ho modificata per farne anche una versione salata.
Anche per quanto riguarda le farine riemerse dall’oscurità delle diete povere ho preso ispirazione per fornire una versione di pastella che si allontanasse dall’uso dell’abusata farina bianca di grano.

La proposta è questa

Antipasto

Parmigiana di melanzane “destrutturata”, come si suol dire oggi
Crema di zucchine al finocchio e menta
Barba di frate (o agretto per alcuni o salsola soda) al burro fuso e timo.

Primo piatto

Fagottini alla farina di ceci ripieni alla borraggine e ricotta
oppure
strudel di patate ai formaggi

Secondo piatto

Insalata di spinaci e carote alla maionese alleggerita

Dolce
Strudel di patate alle mele nel caso aveste scelto i fagottini
oppure
Crostata alla ricotta

Ammetto che è un menù abbastanza complesso, diciamo da grandi occasioni, ma credo che l’effetto finale ripaghi della fatica spesa. Se non avete grande dimestichezza cimentatevi nei piatti proposti solo uno o due alla volta prima di “propinare” il pasto completo agli amici perché le preparazioni non sono, in effetti, molto veloci ed elementari.
Vi rimando al post successivo per le descrizione delle preparazioni.

apr 16

La cucina, l’alimentazione, la gastronomia: considerazioni. 2

Sempre più il cibo non svolge solo funzioni nutritive, ma è un fatto culturale, di costume, attraverso il quale è possibile cogliere cambiamenti e dinamiche sociali ed anche economiche. La cosiddetta globalizzazione intesa come colonizzazione del sistema economico capitalistico di tutto il pianeta non agisce astrattamente, ma concretamente attraverso la sempre più facile circolazione delle merci e delle culture modificando i nostri modi di vivere e financo il nostro rapporto con il cibo e il nostro “pensare” al cibo. Riflettiamo sul fenomeno della ristorazione e ne avremo un’idea. Ci rechiamo al ristorante non per saziarci e per necessità, ma per trascorrere una serata come se ci recassimo a teatro. La “cucina” rappresenta oggi un’arte in cui ci misuriamo nella sua interpretazione estetica ed estetizzante con gli amici come fossimo spettatori ad un concerto e ci affanniamo in performance casalinghe per mettere in mostra le nostre presunte qualità “artistiche”.

Secondo alcuni esperti la ricchezza di sperimentazioni e innovazioni ci fa vivere oggi in un pieno rinascimento culinario. Ma è veramente così?
Non v’è dubbio che rispetto agli ultimi secoli l’arte del cucinare abbia subito un impulso culturale e professionale che la rende particolarmente viva e feconda. Quello che contesto personalmente è che questo fenomeno abbia tanta importanza quanto alcuni gli attribuiscono. Se è vero che possiamo assistere ad un fermento di idee relativamente innovative e  originali visto in una prospettiva storica mi pare che se ne esageri la considerazione e che sia ancora troppo presto per valutazioni di tale portata. Non dobbiamo confondere il propagarsi di mode che hanno più che altro il “sapore” estetico con autentiche innovazioni culturali d’importanza storica.
Miscugli di culture alimentari tese a soddisfare i gusti delle masse e minime variazioni di ricette appartenenti a stili alimentari a noi sconosciuti e lontani sino a pochi decenni or sono non fanno la storia di una nuova cucina.
I migranti desiderano ritrovare i loro cibi e il loro stile alimentare nei luoghi dove risiedono e portano con sé le loro tradizioni e i loro gusti che influenzano le cucine locali e modificano a loro volta le loro, ma questo non significa rinascimento culinario semmai è scambio interculturale che se arricchisce e avvicina da un lato popolazioni diverse crea inutili confusioni gastronomiche e ondate di mode alimentari utili alle industrie e al profitto. Ma al di là degli aspetti sociali vorrei evidenziare  i motivi che il grande business ha nell’esaltare certi fenomeni. E questo mi pare il punto significativo di tutto il discorso.

Il punto è che dietro a tutte le belle, colte e meno colte considerazioni (basta assistere a qualche programma di cucina in televisione) che si fanno e facciamo attorno alla cucina esiste un’industria alimentare e gastronomica che trae da tutto questo profitti colossali.
E’ facile citare l’esempio Mc Donald’s, ma sono molte le catene industriali che operano in questo settore Burger King, Dunkin’ Donuts ecc., senza considerare catene di ristorazione che portano in giro per il mondo pizza e spaghetti o franchising alimentari di provenienze diverse e industrie produttrici di cibi preconfezionati, salse messicane, piatti giapponesi e via di questo passo.

Il business mondiale sguazza nell’interesse suscitato in gran parte del mondo, sicuramente in quello occidentale, dal discorso sul cibo che a mano a mano col procedere della cosiddetta “creolizzazione”, in altri termini con la contaminazione della cultura alimentare, tende ad appiattire e omogeneizzare gusti e simboli, estetica e tendenze.
Nella presentazione già citata di Roberta Sassatelli la ricercatrice osserva che “Con buona pace di Ritzer, i McDonald’s si sono dovuti adattare ovunque ai gusti locali spesso influenzati da norme religiose: in Israele, per esempio, si vendono Big Macs senza formaggio per non contravvenire alle norme kosher …”, ma il senso della mcdonaldizzazione di Ritzer, categoria politica sociale utilizzata anche da altri studiosi (si pensi a Guerra santa contro Mcmondo di Benjamin Barber), non va letto semplicemente come fenomeno di omologazione gastronomica, il concetto investe tutta una serie di aspetti sociali e culturali, bisogni preconfezionati, valori e gusti imposti dalle forze omologanti della già citata globalizzazione, cioè dagli interessi del grande capitale.

L’esempio citato da Roberta Sassatelli non confuta affatto la tendenza stardardizzante dell’industria gastronomica alimentare, ma ne sottolinea, semmai, la relativa debolezza di fronte alle resistenze anti omologanti delle popolazioni. Che queste resistenze siano originate da ragioni politiche o d’altro tipo qui ovviamente non ci interessa.
Mi allontano un po’ dal discorso per rafforzare l’esempio della tendenza standardizzante dei poteri economici. Quasi sicuramente tutti abbiamo sentito parlare di norme ISO, ma non penso tutti sappiano e si siano interessati di capire cosa esse siano. L’idea generalmente è legata ad un concetto che mi pare sia ritenuto in modo scontato sinonimo di garanzia di qualità. Soprattutto sul finire degli anni ’90 in Italia ci fu una rincorsa da parte della stragrande maggioranza delle aziende per ottenere la “messa a norma” altrimenti detta “certificazione”.

La strategia, ben elaborata, è stata quella di associare l’idea ad una sorta di conformità e sicurezza dei prodotti a favore del consumatore. Vi invito ad approfondire il discorso per non tediarvi in questa sede attraverso alcuni siti

http://qualitiamo.com/evoluzione/lungo%20percorso.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Norme_della_serie_ISO_9000 http://www.tuv.it/servizi/prof/food_08.asp

Storia della normazione

La stessa Roberta Sassatelli riferisce nella sua presentazione (op. cit.) del trasferimento ad enti sovranazionali (il Codex Alimentarius) la regolazione di una serie di norme sugli alimenti. Ebbene non mi pare difficile a questo punto cogliere il significato di queste operazioni. Il capitale ha necessità di muovere sempre più facilmente risorse economiche e commerciali. La regolazione permette di ottenere costi di produzione minori anche attraverso strategie logistiche e di organizzazione (anche qui c’entrano qualcosa le norme tecniche ISO) oltre che di omologazione dei prodotti, la delocalizzazione della produzione è uno degli obiettivi principali per l’abbattimento dei costi: è possibile produrre in India per vendere in Brasile a minor costo? Benissimo basta standardizzare processi e tecniche e i messicani avranno il loro guacamole1 in Inghilterra magari prodotto a Israele.

La produzione può effettuarsi ovunque, se le tradizioni gastronomiche rendono si adattano ai gusti se non rendono si possono anche annientare trasformandole. Questa è la mecdonaldizzazione e poco importa se in Francia, come è accaduto, un ristorante della catena Mc Donald’s è stato distrutto e se in Bolivia la catena fallisce. Intanto possiamo bere birra spagnola a Tokio.
Ma cosa succede viste le cose in un’altra prospettiva? Cosa accade oltre l’appiattimento e l’omologazione devastante? La questione è che il consumo di determinati cibi dipendevano e dipendono da stili di vita, dall’organizzazione sociale, da risorse locali, da strutture economiche e  commerciali che tendono a dare vita a equilibri locali e interregionali in un certo modo. Destabilizzare le strutture locali attraverso la colonizzazione culturale oltre che economica significa esportare e creare conflitti che si è incapaci di controllare. E’ chiaro dunque che fenomeni di resistenza nascono un po’ ovunque e restano spazi di tradizione e di identità non riducibili. Ma questo di nuovo non confuta i tentativi di regolazione e controllo globali.

Mi fermo qui. Ogni argomento toccato richiederebbe naturalmente approfondimenti che occuperebbero diverse pagine, ma non penso che i lettori di questo blog siano molto interessati a lunghe dissertazioni che è possibile ritrovare trattate in modo più esauriente, rigoroso e organico su siti specifici. Il motivo per il quale scelgo a volte di affrontare discorsi che vanno oltre la semplice presentazione di ricette vogliono essere solo un corollario e un modo per stimolare l’interesse del lettore su argomenti che mi paiono all’ordine del giorno per quanto concerne la cronaca e i contenuti ordinari dei media e non trattazioni accademiche.
Il discorso avrebbe potuto sconfinare nei terreni della medicalizzazione che molto hanno a che vedere con la nostra percezione del cibo in rapporto con la salute, il benessere fisico e altre “amenità”, ma in questo caso occorrerebbe un’analisi critica che va ben oltre le mie modestissime e lacunose nozioni in proposito.

Di sicuro si assiste oggi ad un’ondata articolistica, presente su tutti i media, che in buonafede o in malafede non fa altro che aggiungere confusione su confusione e stimolare timori, quando non vere e proprie paure, che risultano irrimediabilmente incorreggibili e non controllabili finendo per aggiungere ulteriore stress a quello subito nel quotidianamente. La quantità delle calorie che dobbiamo assumere giornalmente diventa motivo di mode e business peggiorando la qualità della vita con false promesse estetiche, la necessità dell’essere sempre in forma, di dimagrire, sentirci belli e all’altezza degli idoli mediatici e dell’iconografia propagandata dagli spot pubblicitari, e in questo smisurato baillame ci sentiamo smarriti e insicuri (al contrario di ciò che si vorrebbe far credere), consapevolmente o meno e che lo si ammetta oppure no.

Il fatto che l’obesità, tanto per citare un esempio, sia divenuto un fatto problematico sul piano della spesa sanitaria (scaricata in ultima istanza sulla collettività) come molte altre malattie peculiari del sistema di opulenza in cui viviamo sta a dimostrare l’effetto di mode alimentari assurde, non possiamo attribuire tale anomalia storica all’elementare motivo del surplus di risorse oggi presenti sui mercati e nelle disponibilità economiche dei paesi industrializzati. Il problema risiede altrove: e quel “altrove” è la ricerca di nuovi profitti dell’industria alimentare e il relativo business che ruota attorno al mondo in disprezzo della salute delle persone.

Si veda a proposito di cultura alimentare questo interessantissimo sito

http://trashfood.com/category/educazione-e-informazione-alimentare/

Metto a disposizione il XIII° capitolo di Danni collaterali. Il libro nero degli Stati Uniti di Peter Scowen dove viene trattato, anche se in stile giornalistico (quello intelligente) e non accademico, il problema alimentare dell’obesità negli Stati Uniti.

1Il guacamole è una salsa di origine messicana a base di avocado la cui origine risale al tempo degli Aztechi. Oltre agli avocado, gli ingredienti principali sono succo di lime, sale e abbondante pepe nero (il pepe è previsto per l’autentico guacamole, anche se il pepe nero non era conosciuto in Messico ai tempi degli Aztechi). Il termine guacamole deriva dallo spagnolo messicano via Nahuatl: AhuacamOlli, da Ahuacatl (=”avocado”) + molli (=”salsa”). Variazioni della ricetta includono pomodori, coriandolo, cipolla, aglio, peperoncino e altre spezie. Viene solitamente accompagnato con tortilla chips e servito con altri piatti della cucina messicana. (Wikipedia)

lug 29

Spaghetti alla carbonara

Credo siano tutti concordi nel ritenere le origini della carbonara avvolte nel mistero…più o meno.
Una cosa può essere ritenuta certa: in origine la ricetta non conteneva panna. Tale ingrediente è stato sicuramente introdotto come arricchimento del piatto dalla borghesia e pare in ambienti ecclesiastici. Alcuni “esperti” citano a sostegno di questa teoria la cosiddetta “papalina” una ricetta abbastanza conosciuta, che prevede l’uso della panna, ritenuta anche questa una variante di un piatto popolare che probabilmente potrebbe avere le stesse origini della carbonara.

La mia idea è che la carbonara originaria non contenesse nemmeno pancetta. Probabilmente era composta da strutto o qualcosa di simile con l’aggiunta di un tuorlo, ingrediente facilmente a disposizione anche in ambienti relativamente poveri. Come ho già detto altrove l’alimentazione del proletariato era poverissima sino a non molto tempo fa. Alcune fonti descrivono il “menù” delle classi sociali povere composto prevalentemente da pane, qualche sostanza grassa e qualche verdura anche non più di un secolo fa.

Quindi se intendiamo realizzare una carbonara più vicina al probabile piatto originario possiamo far rosolare della pancetta affumicata, aggiungere in padella gli spaghetti, versare il tutto in una fondina e collocarvi sopra un tuorlo crudo. Qui le varianti si sprecano: aggiungere formaggio grattugiato? Macinare del pepe? Chissà. Dipende dai gusti.

Se preferite un’alternativa con la panna procedete in questo modo:

rosolate della pancetta affumicata aggiungete qualche cucchiaio di panna e spegnete.
Aggiungete gli spaghetti e saltateli in modo che restino caldi, spegnete nuovamente, aggiungete un tuorlo crudo e saltate nuovamente gli spaghetti (a fuoco spento!) con una manciata di grana grattugiato che aiuta a legare la salsa. Anche in questi caso c’è chi inventa stupidaggini di tutti i “gusti”. Ho sentito di gente che aggiunge prezzemolo e altri che rosolano assieme alla pancetta della cipolla e altre amenità.

Ovviamente ognuno è libero di sbizzarrirsi in tutti i modi possibili anche magiare gli spaghetti alla carbonara bevendo birra. E che ci possiamo fare?

lug 01

L’alimentazione

Storia dell'alimentazione

Ho trovato sulla rivista “La cucina italiana” una dissertazione dal titolo “Breve storia dell’alimentazione in Europa e in Italia” che mi fa piacere segnalare. Senza pretese di esaustività, viene condotta una breve analisi storica sulla cucina, che significa anche evoluzione gastronomica, interessante nella sua essenzialità. Non ho per ora trovato di meglio in Internet nemmeno nella famosissima Wikipedia e spero vivamente che non sia in futuro eliminata.

Credo che lo scritto esprima bene l’approccio al “cucinare” come fatto culturale, ma anche come atto quotidiano spogliandolo dagli orpelli idealistici.  Non ho veramente idea di chi sia l’autore, ma per quanto possa valere l’opinione di uno sconosciuto come il sottoscritto spero che un giorno gli giungano i miei complimenti. Per ora vi invito a cliccare il link e leggere sino alla fine la breve monografia.

giu 30

Salvia, come va…coltivata?

Tutti sanno che la salvia è un aroma usato sia in cucina sia in cosmesi e per molti altri motivi. Le foglie sono ottime in pastella e non vi annoio con ricette che già conoscete (per la pastella usate acqua frizzante e molto fredda con una grattugiatina di scorza di limone), ma probabilmente non avrete foglie grandi e fresche da usare.

Avete un pezzetto di terra dove piantare due pomodori e qualche aroma? Bene!

Per la salvia fate questo lavoro. Scavate una bella buca profonda, diciamo quasi un metro, possibilmente non troppo esposta al sole e vicino ad un muro. Riempitela con ghiaia, sassi, sterpaglia, un po’ di concime e quindi la terra che avevate mosso. Il terreno deve risultare ben drenato in modo che l’acqua in eccesso non si fermi a lungo. L’anno successivo dovreste avere già un bell’arbusto con foglie belle grandi e non dovrete far altra fatica che raccoglerle.