Ci sono momenti in cui apriamo la cassettiera dei pensieri e cominciamo a frugare, senza uno scopo preciso, tra le idee e le fantasie. Ne escono fuori di solito cianfrusaglie che contempliamo come oggetti curiosi o ricordi scovati in un solaio polveroso. E’ un’occupazione che richiede poca fatica e a cui ci dedichiamo nei rari momenti di ozio.
Può capitare, a volte, anche mentre aspettiamo il tram… allora vi saliamo meccanicamente per discendervi altrettanto meccanicamente quasi senza accorgerci di essere arrivati a destinazione: se siamo fortunati. Altrimenti proseguiamo fino alla fermata successiva irritati. La sensazione è quella di aver perso tempo prezioso, come se avessimo chissà quali impegni importanti che ci aspettano.
Quel che segue è soltanto un flusso di pensieri in una tarda serata oziosa.
Una notte di molto tempo fa, ma non tantissimo, intorno alle 23, nel silenzio di casa mia oramai addormentata, ero oziosamente abbandonato sul divano del soggiorno appena rischiarato dalla luce diffusa dalle alogene del cucinino attiguo. Banalmente mi alzai a prendere una mela e l’addentai. Un cassetto, nella mente, si aprì.
Era una mela croccante, succosa. Aveva il sapore delle mele. Ridicolo? Era il gusto dei ricordi. Quel sapore che l’industria dolciaria tenta di imitare in laboratorio attraverso la sintesi di alcuni prodotti detti esteri aromatici. Essenze che esistono in natura e la cui brutta copia chimica viene utilizzata un po’ ovunque, per esempio, anche nelle caramelle. Meno banale il fatto che la mela in questione non era stata acquistata in un supermercato. Proveniva dal piccolo orto dei miei genitori dove vivono dignitosamente tre piccoli meli lasciati a se stessi. Il loro aspetto non è dei migliori eppure ad anni alterni sono carichi di frutti, molti dei quali si perdono perché non vengono colti. Non per malavoglia, ma perché sono troppi e anche raccolti non si conserverebbero abbastanza a lungo per deliziare il palato.
Riflettevo, mentre andavo avanti ad addentare la mia mela, su quei meli.
C’è chi ritiene sia giusto, ragionevole e indispensabile utilizzare prodotti chimici per aumentare la produzione agricola, per produrre, nel caso delle mele, frutti sempre più grossi e più belli. La ragionevolezza dell’argomento si basa sul fatto che i fertilizzanti chimici contengono semplicemente sostante in forma biologicamente pura presenti anche nei fertilizzanti naturali. Per esempio fare pipì ai piedi di un albero è la stessa cosa di irrorare quella pianta con dell’urea sintetizzata in laboratorio.
Tutto ciò nacque (più o meno) da un’idea di von Liebig (proprio quello dei dadi) oltre un secolo fa. Liebig attraverso alcune ricerche sul suolo pervenne all’idea che le piante ne riducevano la fertilità poiché asportavano gli elementi necessari per il loro nutrimento. Dall’approfondimento di questi studi, sia da parte sua che di altri, deriva la teoria in base alla quale, per ottenere raccolti adeguati, ciascuno dei nutrienti doveva essere presente in quantità superiore a quella asportata con le colture.
Questo provocò una vera e propria rivoluzione sia dal punto di vista tecnico che da quello culturale. Una cultura evidentemente determinata dagli interessi economici. Soprattutto il fattore culturale sarà ed è tuttora determinante per lo sviluppo e la storia dell’agricoltura da allora in poi. In seguito, negli anni ’60 del secolo scorso, “grazie” al lavoro di alcuni ricercatori che selezionarono una varietà di riso ad alto rendimento con tempi di crescita molto brevi ebbe inizio un nuovo mercato: la famosa “Rivoluzione verde”. Rivoluzione che ha permesso alle industrie chimiche profitti ultramiliardari. Industrie che oggi invadono e avvelenano le parti più povere del mondo mentre si parla di rispetto dell’ambiente e di sensibilità ai problemi ecologici.
Intanto tra un pensiero e l’altro avevo addentato una seconda mela. Il piacere era così intenso che non volevo finisse. Lo scrocchiare della polpa sotto i denti era così rumoroso che pareva un frastuono. Tutto era più intenso. Ero immerso quasi in uno stato allucinatorio. Sentivo limpidamente l’ozio che mi assaliva. La mia postura sul divano era diventata scomposta. Il bzzzz del motore del frigorifero pareva amplificato e vagare per tutta la stanza senza sosta, il ticchettio dell’orologio a muro, poco sopra la mia testa, era come lo scroscio di un temporale d’estate contro i vetri.
Intanto avevo terminato la seconda mela.
Ero sprofondato tra i cuscini, disposti alla rinfusa, del divano.
Al termine della giornata, finalmente, non stavo facendo assolutamente nulla. Era sbalorditivo: stavo oziando. Non era la sensazione di “meritato riposo” dopo una giornata di lavoro. In tal caso sarebbe stato meglio andare a coricarsi e dormire. In ogni caso il riposo uno non se lo deve meritare! “Meritato riposo” è un modo di dire che senza troppe ambiguità fa credere che se non si è faticati per il lavoro, e che non si sia svolto il proprio dovere. Personalmente non credo di aver contratto nessun debito verso il sistema, dunque nessuno può decidere quando io devo riposare.
Avevo scelto di oziare. I pensieri correvano (solo quelli) ancora ai meli.
Esiste una forma di coltura chiamata permacoltura. Il termine, che significa “agricoltura permanente”, è stato coniato da un certo Bill Mollison un perfetto sconosciuto che ricevette il “Premio Nobel alternativo” (della Right Livelihood Foundation) il 9 dicembre 1981 a Stoccolma. L’idea si basa su un modello di organizzazione dei vari elementi di un territorio, uomo, sole, vento, acqua, edifici, piante, animali, in modo da stabilire tra loro rapporti funzionali e nella prospettiva di avvicinarsi il più possibile ad un ecosistema in equilibrio, dove sia ridotto al minimo l’intervento umano.
Sono passati decenni dalla nascita della “rivoluzione verde” e addirittura oltre un secolo dagli studi di Von Liebig eppure la situazione in senso assoluto è addirittura peggiorata. “Il consumo di una famiglia africana media è più basso del 20% rispetto a 25 anni fa”. Allo stesso modo, nell’Africa subsahariana “il numero di persone sotto alimentate è più che raddoppiato, passando da 103 milioni a 215 milioni nel 1990″. [Il Sud verso la regressione di Dominique Vidal – Le Monde diplomatique ottobre 1998]
Pensavo a come sarebbe stato bello un mondo nuovo. Senza proprietà privata. Alberi da frutta che crescono spontanei attorno a città e paesi. E frutti che ognuno può raccogliere. Dove sarebbero i ladri? Chi mai passerebbe furtivo vicino a una bancarella del mercato per sottrarre di nascosto una mela? E non vi sarebbe bisogno nemmeno della “Fabbrica del sorriso” (averla chiamata fabbrica è sintomatico) e delle piagnucolose e comode elemosine e del pietismo cristiano (e non) dei paesi ricchi verso i paesi poveri.
In lontananza, sulla strada, a pochi metri dalle finestre, fin troppo frequentemente, nonostante l’ora tarda, correvano le auto e interrompevano il flusso dei miei pensieri.
Rammentai un libro letto parecchi anni fa: “L’importanza di vivere” di Lin Yutang. Con grande sforzo cercai di passare mentalmente i vari capitoli. Sapevo bene che ce n’era uno dedicato interamente all’ozio. E’ uno di quei libri che ricordo con piacere e non ho mai dimenticato. Ricordavo anche di aver sottolineato alcuni passi particolarmente pregevoli. Soltanto il giorno dopo andai a scorrerne le pagine. Ecco! Capitolo settimo: Importanza di oziare. Troppo forte è la tentazione di citarne alcuni brani anche se, in verità, occorrerebbe leggere tutte le 18 pagine del capitolo per coglierne appieno il contenuto. Basti dire che uno dei paragrafi è intitolato “Il culto del dolce far niente”. Ma ecco alcuni brani.
Abbiamo…soltanto questa sgobbante umanità, ingabbiata e addomesticata, ma non nutrita [in corsivo nel testo], costretta dalla civiltà a lavorare e affannarsi per guadagnare il pane. Lo stato umano ha i suoi vantaggi, non c’è che dire – le delizie della conoscenza, i piaceri della conversazione (…) – ma resta il fatto essenziale che la vita umana è diventata troppo complessa e che solo il problema di alimentarci, direttamente o indirettamente, prende il novanta per cento delle nostre attività (…)
Se non fosse stato reso così difficile all’uomo procurarsi il cibo, non vi sarebbe stato nessun motivo perché l’umanità lavorasse così penosamente (…)
In definitiva, il godimento dell’ozio è qualcosa che costa decisamente meno del godimento del lusso. Tutto quanto richiede è un temperamento artistico, incline alla ricerca di un pomeriggio completamente inutile, passato in un perfettamente inutile modo.
L’ozio è sacro, ma non nel senso petrarchesco di “otium religiosorum” che quello era una sorta di aristocratica solitudine. Sacro perché sacra è anche la quotidianità. Sacro perché antiborghese. Se l’ozio rifugge dall’attività tanto più rifugge dall’iperattivismo necessario anche alla più semplice accumulazione di denaro. Quel capitale monetario sottratto alla circolazione che si trova in forma di tesoro, secondo Marx. Quando un certo capitale monetario esce dalla circolazione che trasforma il denaro in merce e la merce nuovamente in denaro “il denaro ha così la forma” scrive Marx “di capitale monetario giacente ozioso” (Il Capitale Libro II pag. 79). Singolare è la locuzione “giacente ozioso” per definire un capitale improduttivo.
L’ozio è proletario. Tant’è che la morale e il pensiero borghese, ma anche quello cristiano che quando conviene ad entrambi sono solidamente alleati, hanno dovuto inventare tutta una serie di espedienti per costringere il popolo all’attività (finalizzata alla produzione economica) senza costrizione fisica (pluslavoro), al lavoro cioè senza minaccia o schiavitù fisica (ma dove le condizioni lo consentono è sostanzialmente ancora in vigore). Il proletario vorrebbe essere ozioso: pochissime ore di lavoro al giorno sarebbero sufficienti per il suo benessere (e della sua famiglia) se un sistema di frode non si appropriasse dei frutti della sua attività. Ma la vergogna di una morale che lo colpevolizza, lo criminalizza e lo marchia come buono a nulla se non si dà da fare, e darsi da fare significa essere efficienti e produrre per il sistema di rapina, lo rendono comunque schiavo.
La morale borghese incombe sul proletario anche con detti, proverbi e luoghi comuni: chi dorme non piglia pesci, il mattino ha l’oro in bocca, l’ozio è il padre dei vizi. Quello che non spiega una certa morale, però, è, per esempio nell’ultimo caso, quali sono questi vizi. Ce ne sono alcuni a cui non si dovrebbe rinunciare per nulla al mondo. In ogni caso quel che è vizio oggi, la storia insegna che non vi è nulla di eterno, domani potrebbero essere virtù. L’ozio nella Cina antica era, per l’appunto, tale. Forse lo era di più per filosofi e letterati, ma si può migliorare per estenderlo a tutta la popolazione.
Credo che anche “lavorare come un negro” (uno dei peggiori modi di dire) sia un’invenzione borghese adatta ad esaltare l’importanza della fatica e spronare al lavoro. Non credo, anzi sono sicuro, che i “neri” siano più contenti di sgobbare dei bianchi, o di qualunque altra popolazione. Sgobbavano a suon di frustate quando erano in schiavitù. Forse il detto potrebbe essere interpretato in questo modo: se non sgobbi come uno “sporco schiavo negro” prendi le stesse frustate e dunque ti conviene lavorare. In generale l’uomo lavora molto quando un padrone (un governante, un sovrano) in qualche modo ricatta e opprime il proletario (il popolo).
Un fremito mi aveva scosso dal torpore. Sollevai lo sguardo verso l’orologio a muro, il suo ticchettio sovrastava la stanza oziosa. Era quasi l’una. Mi ero appisolato.
Avvolto in un piacevole stordimento, come immerso in uno stato allucinatorio, l’idea di paragonare l’ozio ad una droga mi sembrò naturale, e allora… liberalizziamo l’ozio!

