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Archivio Tag: variazioni sul tema

mag 18

Progetto Diaspora: rifare e sostituire facebook

(Libertà di stampa e diritto di informazione) – Un gruppo di studenti di informatica della New York University punta a sostituire il web sociale centralizzato di oggi con un sistema decentrato, che offra un servizio pratico e di facile utilizzazione per tutti

Una rete sociale open source privata che restituisca all’ utente il controllo della sua vita privata. E’ l’ anti-Facebook che sta nascendo per mano dell’ equipe che sta dietro ilProgetto Diaspora, un gruppo di studenti informatici della New York University che punta a sostituire il web sociale centralizzato di oggi (cioè «Facebook») con un sistema decentrato, che offra un servizio pratico e di facile utilizzazione per tutti.

Lo annuncia ReadWriteWeb raccontando che i quattro studenti che ci stanno lavorando – Daniel Grippi, Maxwell Salzberg, Raphael Sofaer, e Ilya Zhitomirskiy -, «hanno passato serate intere a costruire un “makerbot”, cioè un robot che costruisce le cose, equivalente geek del “rifare il mondo”, anche se si tratta di un robot che è stato costruito e che si incarica di rifare il mondo a sua volta”).

Le discussioni sono andate avanti e a un certo punto i quattro hanno cominciato a immaginare a che cosa poteva assomigliare una rete sociale decentrata, arrivando quindi a concepire il Progetto Diaspora.
Il progetto ormai è ospitato su Kickstarter.org, un sito di crowdfunding  che permette agli imprenditori e ai creativi di raccogliere dei fondi per finanziare le proprie idee, proponendo degli obbiettivi, delle scadenze e degli eventuali ritorni economici sugli investimenti per coloro che li aiutano a finanziare i loro progetti.

Nel caso di Diaspora – precisa RWW – il progetto è riuscito finora a raccogliere i 10.000 dollari che servivano per sviluppare il codice circa un mese prima del limite che  era stato fissato.

>Una open source di nuova generazione
La prossima tappa sarà costituita dallo sviluppo effettivo del codice, che sarà mezzo a disposizione del pubblico con una licenza open source aGPL, una variante di licenza GPL che corregge i ripetuti abusi che è possibile commettere con quest’ ultima.
Piuttosto che un portale unico come Facebook, Diaspora è una rete distribuita, in cui dei computer distinti si connettono gli uni agli altri direttamente, senza passare per un server centrale.

Una volta messa in piedi, la rete potrebbe aggregare le informazioni che vi riguardano, compreso il vostro profilo  Facebook se lo desiderate. E potrebbe anche ‘importare’ dei tweet, dei flussi RSS, delle foto e così via, allo stesso modo di un aggregatore sociale come Friendfeed.

Il meccanismo alla base della piattaforma è piuttosto complessa, tanto che gli ideatori di Diaspora pensano di offrire una soluzione a pagamento “chiavi in mano”, sul modello di WordPress, la piattaforma di blog.

Chi volesse delle informazioni più approfondite sul progetto può dare un’ occhiata, fra l’ altro,  agli scambi di osservazioni fra Luis Villa, di Mozilla, e l’ équipe di Diaspora.

apr 21

Vegan. La rivoluzione bolle (solo) in pentola

Prima di inoltrarmi in una critica al vegan come filosofia alimentare permettetemi una breve premessa che serve anche da chiarimento ad alcune nozioni espresse in precedenza.

Ho precisato qui (Menù vegetariano) che scelte alimentari di tipo sostanziale dovrebbero essere determinate non da motivi filosofici, bensì da motivi razionali. Ho anche affermato che la mia filosofia in ambito nutrizionale ha una tendenza al vegetaranianismo. Potrebbero essere apparentemente due affermazioni contraddittorie. Sarebbe un’osservazione valida farmi notare che nella prima asserzione si mettono in opposizione filosofia e scelte razionali come se l’una escludesse l’altra, non solo, nella seconda asserzione dichiaro di avere una filosofia “alimentare”. Messa così pare esserci qualcosa d’inconguente.

Faccio notare che nella prima asserzione parlo di scelte sostanziali e non di semplici stili alimentari ed è un distinguo non di poco conto, i confini tendono senz’altro a confondersi, ma delimitano due approcci ben diversi. Inoltre non è detto che esista un’opposizione tra filosofia e scelta razionale. Una filosofia può non essere basata su scelte razionali ed essere soltanto indicativa di un’insieme personale di norme e gusti, come nel nel caso in questione, oppure, al contrario, prevedere solo principi razionali e seguire un intricato percorso di arfomentazioni e dimostrazioni. Per liquidare eventuali malintesi devo precisare che nel caso suddetto mi sono servito del termine filosofia in modo del tutto spicciolo, come può essere l’affermazione – la mia filosofia è non darmi mai per vinto prima di averle tentate tutte – .  E’ evidente che in quella sede col termine filosofia non intendevo la costruzione di un visione della realtà basata su modelli logici congruenti, ma un modo di intendere determinati fatti attraverso un pensiero proprio.

Chiarito questo passo a qualche considerazione sparsa sul veganismo. Le mie osservazioni sono rivolte soltanto all’aspetto politico ed economico, non essendo competente per trattazioni mediche o sanitarie, ma non escludo, e difatti esiste una saggistica in proposito, che vi siano anche inconsistenze di ordine medico scientifico.
Il veganismo, a detta dei suoi stessi sostenitori, è una sorta di vegetararianismo radicale che si esprime non solo in una serie di critiche fondate su ragioni politiche, economiche e ambientaliste, ma anche in uno stile di vita. Soprattutto quest’ultimo criterio la rende peculiare e ne fa una specie di filosofia (nell’accezione più profonda) e addirittura una sorta di comportamento religioso, con i suoi rituali e il suo culto.

La filosofia vegan non è solo enfatizzazione della critica al consumismo e alle sue storture, ma diventa esaltazione fanatica. Il veganismo non si accontenta di non fare uso di carne animale, ma esclude prodotti derivati che hanno soltanto una lontana e indiretta relazione con gli animali. Se personalmente trovo razionale e sensato, per esempio, eliminare lo sterminio degli agnelli in periodo pasquale, pratica veramente irragionevole e inutile, che ormai non ha più nessun legame con la tradizione religiosa giudaico-cristiana, se non in qualche fanatico fondamentalista, non vedo nessuna ragionevolezza nel non fare uso della lana. So bene che il principio sarebbe quello di evitare qualsiasi forma di sfruttamento del regno animale, ma chissà per quale ragione sembrano non fare caso allo sfruttamento dell’uomo nel sistema borghese capitalistico. E’ immorale per gli esseri umani arrecare sofferenza agli animali, ma dimenticano abbastanza facilmente che il loro sistema non prevede una rivoluzione per l’abbattimento di tale sistema, che è esattamente alla radice di tutti gli sconquassi ambientali di cui si lamentano.

Non voglio intrattenermi sulle divergenze filofofico-morali che esistono anche tra i vegani, cerco di rifarmi più ampiamente ad alcuni principi generalmente condivisi tra loro.
Ciò che più mi sorprende, per esempio, è l’idea che debbano esistere diritti per gli animali indipendentemente dalla  possibilità di dimostrarne un grado di coscienza che li renda consapevoli delle sofferenza arrecategli, come se non ci fossero gradi di evoluzione cerebrale nella scala evolutiva. I più fondamentalisti giungono a sostenere che non si debba fare uso nemmeno degli invertebrati. E perché non sostenere come fanno i convinti assertori dell’aura Kirlian che i vegetali possano “sentire” la presenza umana. Se le piante di casa capiscono quando ci avviciniamo per reciderle oppure se abbiamo sentimenti benevoli nei loro confronti perché dovremmo mangiare l’insalata?

Ovviamente queste sono fesserie, ma non lo è il comprendere la differenza tra un delfino e una gallina, oppure tra uno scimpanzè e una rana. Dove inizia la consapevolezza del dolore o la coscienza della sofferenza? E’ ovvio che risposte in un senso o nell’altro per ora non esistono e tutto dipende da una scelta personale (come la religione, per l’appunto). Le cose si complicano ulteriormente quando cominciamo a distinguere tra l’arrecare sofferenza o semplicemente l’abbattere un animale per ragioni alimentari. Da donatare che non ho usato la locuzione “arrecare sofferenze inutili”, anch’io sostengo che non esistano in questo caso sofferenze utili (o inutili), la sofferenza è sofferenza (quando c’è). Esiste, però, differenza tra martoriare un vitellone al macello e abbatterlo in modo indolore? Tra il rispetto degli animali e  il riconoscimento di diritti intrinseci all’esistenza?

Non intendo addentrarmi in temi così complessi anche per il motivo che non hanno una conclusione e che non si giungerebbe ora come ora ad una ragione definitiva del pro o del contro. Chiudo la questione con un’ultima osservazione che va al di là di questioni etiche e naturali: credere che il sistema del profitto si possa trasformare non utilizzando prodotti provenienti dallo sfruttamento degli animali non è un po’ come credere di eliminare lo sfruttamento capitalistico dell’uomo distruggendo i macchinari che servono alla produzione? Non è come pensare che distruggendo i computer si possa eliminare il controllo dell’informazione? Gli esempi potrebbero andare avanti per pagine è chiaro, quel che mi pare fanciullesco è la convinzione che i vegani coltivano non nel perseguire il riconoscimento di diritti agli animali, ma l’idea che lo stato di cose attuali possa essere trasformato evitando di mangiare uova e di bere caffé (il té si, chissà mai perché?).

apr 16

La cucina, l’alimentazione, la gastronomia: considerazioni. 2

Sempre più il cibo non svolge solo funzioni nutritive, ma è un fatto culturale, di costume, attraverso il quale è possibile cogliere cambiamenti e dinamiche sociali ed anche economiche. La cosiddetta globalizzazione intesa come colonizzazione del sistema economico capitalistico di tutto il pianeta non agisce astrattamente, ma concretamente attraverso la sempre più facile circolazione delle merci e delle culture modificando i nostri modi di vivere e financo il nostro rapporto con il cibo e il nostro “pensare” al cibo. Riflettiamo sul fenomeno della ristorazione e ne avremo un’idea. Ci rechiamo al ristorante non per saziarci e per necessità, ma per trascorrere una serata come se ci recassimo a teatro. La “cucina” rappresenta oggi un’arte in cui ci misuriamo nella sua interpretazione estetica ed estetizzante con gli amici come fossimo spettatori ad un concerto e ci affanniamo in performance casalinghe per mettere in mostra le nostre presunte qualità “artistiche”.

Secondo alcuni esperti la ricchezza di sperimentazioni e innovazioni ci fa vivere oggi in un pieno rinascimento culinario. Ma è veramente così?
Non v’è dubbio che rispetto agli ultimi secoli l’arte del cucinare abbia subito un impulso culturale e professionale che la rende particolarmente viva e feconda. Quello che contesto personalmente è che questo fenomeno abbia tanta importanza quanto alcuni gli attribuiscono. Se è vero che possiamo assistere ad un fermento di idee relativamente innovative e  originali visto in una prospettiva storica mi pare che se ne esageri la considerazione e che sia ancora troppo presto per valutazioni di tale portata. Non dobbiamo confondere il propagarsi di mode che hanno più che altro il “sapore” estetico con autentiche innovazioni culturali d’importanza storica.
Miscugli di culture alimentari tese a soddisfare i gusti delle masse e minime variazioni di ricette appartenenti a stili alimentari a noi sconosciuti e lontani sino a pochi decenni or sono non fanno la storia di una nuova cucina.
I migranti desiderano ritrovare i loro cibi e il loro stile alimentare nei luoghi dove risiedono e portano con sé le loro tradizioni e i loro gusti che influenzano le cucine locali e modificano a loro volta le loro, ma questo non significa rinascimento culinario semmai è scambio interculturale che se arricchisce e avvicina da un lato popolazioni diverse crea inutili confusioni gastronomiche e ondate di mode alimentari utili alle industrie e al profitto. Ma al di là degli aspetti sociali vorrei evidenziare  i motivi che il grande business ha nell’esaltare certi fenomeni. E questo mi pare il punto significativo di tutto il discorso.

Il punto è che dietro a tutte le belle, colte e meno colte considerazioni (basta assistere a qualche programma di cucina in televisione) che si fanno e facciamo attorno alla cucina esiste un’industria alimentare e gastronomica che trae da tutto questo profitti colossali.
E’ facile citare l’esempio Mc Donald’s, ma sono molte le catene industriali che operano in questo settore Burger King, Dunkin’ Donuts ecc., senza considerare catene di ristorazione che portano in giro per il mondo pizza e spaghetti o franchising alimentari di provenienze diverse e industrie produttrici di cibi preconfezionati, salse messicane, piatti giapponesi e via di questo passo.

Il business mondiale sguazza nell’interesse suscitato in gran parte del mondo, sicuramente in quello occidentale, dal discorso sul cibo che a mano a mano col procedere della cosiddetta “creolizzazione”, in altri termini con la contaminazione della cultura alimentare, tende ad appiattire e omogeneizzare gusti e simboli, estetica e tendenze.
Nella presentazione già citata di Roberta Sassatelli la ricercatrice osserva che “Con buona pace di Ritzer, i McDonald’s si sono dovuti adattare ovunque ai gusti locali spesso influenzati da norme religiose: in Israele, per esempio, si vendono Big Macs senza formaggio per non contravvenire alle norme kosher …”, ma il senso della mcdonaldizzazione di Ritzer, categoria politica sociale utilizzata anche da altri studiosi (si pensi a Guerra santa contro Mcmondo di Benjamin Barber), non va letto semplicemente come fenomeno di omologazione gastronomica, il concetto investe tutta una serie di aspetti sociali e culturali, bisogni preconfezionati, valori e gusti imposti dalle forze omologanti della già citata globalizzazione, cioè dagli interessi del grande capitale.

L’esempio citato da Roberta Sassatelli non confuta affatto la tendenza stardardizzante dell’industria gastronomica alimentare, ma ne sottolinea, semmai, la relativa debolezza di fronte alle resistenze anti omologanti delle popolazioni. Che queste resistenze siano originate da ragioni politiche o d’altro tipo qui ovviamente non ci interessa.
Mi allontano un po’ dal discorso per rafforzare l’esempio della tendenza standardizzante dei poteri economici. Quasi sicuramente tutti abbiamo sentito parlare di norme ISO, ma non penso tutti sappiano e si siano interessati di capire cosa esse siano. L’idea generalmente è legata ad un concetto che mi pare sia ritenuto in modo scontato sinonimo di garanzia di qualità. Soprattutto sul finire degli anni ’90 in Italia ci fu una rincorsa da parte della stragrande maggioranza delle aziende per ottenere la “messa a norma” altrimenti detta “certificazione”.

La strategia, ben elaborata, è stata quella di associare l’idea ad una sorta di conformità e sicurezza dei prodotti a favore del consumatore. Vi invito ad approfondire il discorso per non tediarvi in questa sede attraverso alcuni siti

http://qualitiamo.com/evoluzione/lungo%20percorso.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Norme_della_serie_ISO_9000 http://www.tuv.it/servizi/prof/food_08.asp

Storia della normazione

La stessa Roberta Sassatelli riferisce nella sua presentazione (op. cit.) del trasferimento ad enti sovranazionali (il Codex Alimentarius) la regolazione di una serie di norme sugli alimenti. Ebbene non mi pare difficile a questo punto cogliere il significato di queste operazioni. Il capitale ha necessità di muovere sempre più facilmente risorse economiche e commerciali. La regolazione permette di ottenere costi di produzione minori anche attraverso strategie logistiche e di organizzazione (anche qui c’entrano qualcosa le norme tecniche ISO) oltre che di omologazione dei prodotti, la delocalizzazione della produzione è uno degli obiettivi principali per l’abbattimento dei costi: è possibile produrre in India per vendere in Brasile a minor costo? Benissimo basta standardizzare processi e tecniche e i messicani avranno il loro guacamole1 in Inghilterra magari prodotto a Israele.

La produzione può effettuarsi ovunque, se le tradizioni gastronomiche rendono si adattano ai gusti se non rendono si possono anche annientare trasformandole. Questa è la mecdonaldizzazione e poco importa se in Francia, come è accaduto, un ristorante della catena Mc Donald’s è stato distrutto e se in Bolivia la catena fallisce. Intanto possiamo bere birra spagnola a Tokio.
Ma cosa succede viste le cose in un’altra prospettiva? Cosa accade oltre l’appiattimento e l’omologazione devastante? La questione è che il consumo di determinati cibi dipendevano e dipendono da stili di vita, dall’organizzazione sociale, da risorse locali, da strutture economiche e  commerciali che tendono a dare vita a equilibri locali e interregionali in un certo modo. Destabilizzare le strutture locali attraverso la colonizzazione culturale oltre che economica significa esportare e creare conflitti che si è incapaci di controllare. E’ chiaro dunque che fenomeni di resistenza nascono un po’ ovunque e restano spazi di tradizione e di identità non riducibili. Ma questo di nuovo non confuta i tentativi di regolazione e controllo globali.

Mi fermo qui. Ogni argomento toccato richiederebbe naturalmente approfondimenti che occuperebbero diverse pagine, ma non penso che i lettori di questo blog siano molto interessati a lunghe dissertazioni che è possibile ritrovare trattate in modo più esauriente, rigoroso e organico su siti specifici. Il motivo per il quale scelgo a volte di affrontare discorsi che vanno oltre la semplice presentazione di ricette vogliono essere solo un corollario e un modo per stimolare l’interesse del lettore su argomenti che mi paiono all’ordine del giorno per quanto concerne la cronaca e i contenuti ordinari dei media e non trattazioni accademiche.
Il discorso avrebbe potuto sconfinare nei terreni della medicalizzazione che molto hanno a che vedere con la nostra percezione del cibo in rapporto con la salute, il benessere fisico e altre “amenità”, ma in questo caso occorrerebbe un’analisi critica che va ben oltre le mie modestissime e lacunose nozioni in proposito.

Di sicuro si assiste oggi ad un’ondata articolistica, presente su tutti i media, che in buonafede o in malafede non fa altro che aggiungere confusione su confusione e stimolare timori, quando non vere e proprie paure, che risultano irrimediabilmente incorreggibili e non controllabili finendo per aggiungere ulteriore stress a quello subito nel quotidianamente. La quantità delle calorie che dobbiamo assumere giornalmente diventa motivo di mode e business peggiorando la qualità della vita con false promesse estetiche, la necessità dell’essere sempre in forma, di dimagrire, sentirci belli e all’altezza degli idoli mediatici e dell’iconografia propagandata dagli spot pubblicitari, e in questo smisurato baillame ci sentiamo smarriti e insicuri (al contrario di ciò che si vorrebbe far credere), consapevolmente o meno e che lo si ammetta oppure no.

Il fatto che l’obesità, tanto per citare un esempio, sia divenuto un fatto problematico sul piano della spesa sanitaria (scaricata in ultima istanza sulla collettività) come molte altre malattie peculiari del sistema di opulenza in cui viviamo sta a dimostrare l’effetto di mode alimentari assurde, non possiamo attribuire tale anomalia storica all’elementare motivo del surplus di risorse oggi presenti sui mercati e nelle disponibilità economiche dei paesi industrializzati. Il problema risiede altrove: e quel “altrove” è la ricerca di nuovi profitti dell’industria alimentare e il relativo business che ruota attorno al mondo in disprezzo della salute delle persone.

Si veda a proposito di cultura alimentare questo interessantissimo sito

http://trashfood.com/category/educazione-e-informazione-alimentare/

Metto a disposizione il XIII° capitolo di Danni collaterali. Il libro nero degli Stati Uniti di Peter Scowen dove viene trattato, anche se in stile giornalistico (quello intelligente) e non accademico, il problema alimentare dell’obesità negli Stati Uniti.

1Il guacamole è una salsa di origine messicana a base di avocado la cui origine risale al tempo degli Aztechi. Oltre agli avocado, gli ingredienti principali sono succo di lime, sale e abbondante pepe nero (il pepe è previsto per l’autentico guacamole, anche se il pepe nero non era conosciuto in Messico ai tempi degli Aztechi). Il termine guacamole deriva dallo spagnolo messicano via Nahuatl: AhuacamOlli, da Ahuacatl (=”avocado”) + molli (=”salsa”). Variazioni della ricetta includono pomodori, coriandolo, cipolla, aglio, peperoncino e altre spezie. Viene solitamente accompagnato con tortilla chips e servito con altri piatti della cucina messicana. (Wikipedia)

apr 16

La cucina, l’alimentazione, la gastronomia: considerazioni. 1

Come avevo dichiarato qui appunti-sui-menu-di-natale-e-san-silvestro sono riuscito finalmente a buttare giù alcune considerazioni generali sulla cucina che permetteranno ai lettori di questo blog di comprendere meglio alcuni riferimenti che ispirano la “filosofia” da me perseguita nella scelta delle ricette e che orientano lo stile di cucina che tento di definire nello sviluppo di questo spazio. Non c’è bisogno che lo dica io: questo è un blog molto diverso dalla media dei blog che trattano di cucina. Non ho detto migliore, potrebbe anche essere peggio, ma questa è un’altra faccenda.
Questo non è un ricettario e nemmeno un diario dove annotare le proprie  avventure culinarie, manco ce ne fosse bisogno per carenza di cuochi e gastronomi. La cucina, l’alimentazione, la gastronomia e tutte le attività e gli argomenti che ruotano attorno al cibo, da pochi decenni sono divenuti talmente importanti da occupare addirittura studi accademici producendo pubblicazioni voluminose.

Se avete prestato un po’ di attenzione quando siete capitati in questo sito avrete notato che il sottotitolo riporta una citazione di un grande sociologo, Bordieu. E’ un’affermazione che dice molto di più di quel che è contenuto nelle semplici parole e gran parte del significato si disvela in quel “strumentale” che è forse una delle chiavi determinanti per l’intera interpretazione. Ci dice, tra alternative possibili di lettura, che l’alimentazione non è solo un fatto naturale, proprio degli esseri viventi, ma che esistono nell’uomo attività (anche di pensiero e non solo materiali1), inerenti l’alimentazione, che hanno finalità sociali – e più in generale che regolano i rapporti tra soggetti – funzionali alla strutturazione anche simbolica dell’organizzazione e del rapporto tra classi e membri di un gruppo. Anche se in maniera un po’ superficiale lo scopo e il tentativo di questo blog è esattamente quello di rendere espliciti alcuni dei legami tra cibo, alimentazione e rapporti sociali e politici.

Il perché la “cucina” e il discorso attorno al cibo siano diventati tanto importanti non è questione che possa essere affrontata in questa sede, ma sicuramente – se luminari delle scienze sociali, opinionisti o cialtroni, esperti o profani d’ogni sorta, senza escludere programmi e rubriche presenti in tutti media, ne parlano – lo sono.
D’altronde parlare “attorno alla” cucina non è diventato importante perché se ne parla e perché docenti universitari ne parlano, al contrario, ne parlano perché “cucina”, e alimentazione “connessa”, sono diventati importanti, ergo fanno business. Attenzione la – “cucina” e l’”alimentazione” – , tutte e due le cose, e lo sottolineo perché in effetti sono due cose diverse. E sono diverse non per il motivo banale e stupido che tutti sanno (sarebbe un’affermazione irilevante), ma perché l’una non per forza implica l’altra, soprattutto come vincolo che in qualche modo segue una griglia con coordinate di gerarchia e affinità. Mi spiego meglio.

Che l’alimentazione sia importante (e discorsi “attorno all’alimentazione”), è abbastanza ovvio, l’uomo vive alimentandosi ed è non solo una necessità costitutiva, ma anche culturale e sociale perché, a seconda del tipo di alimentazione, può vivere in migliori condizioni sia fisiche che mentali. Dunque l’alimentazione di per sé è sempre stata importante per l’uomo in tutti i suoi aspetti.
Potremmo riempire pagine intere per spiegare quali differenze ci sono tra una civiltà basata sull’abbondanza e la qualità dell’alimentazione e del cibo e un’altra carente di questi elementi. Inutile dire che la seconda sarà destinata ad estinguersi abbastanza in fretta se nella sua evoluzione non giungerà e risolvere il problema. Dunque, ancora, l’alimentazione sia in condizioni problematiche sia di equilibrio – risolta la questione della quantità resta sempre quella della qualità – occupa una parte rilevante e fondamentale dell’organizzazione economica e sociale.

La “cucina” è cosa diversa, e può essere vista anche in rispetti diversi. Se parliamo di “cucina” in quanto insieme di tecniche di preparazione e produzione di vivande parliamo di “una cucina”, se consideriamo l’estetica e l’arte (questioni in un certo senso connesse) con la quale le vivande possono essere confezionate ed elaborate parliamo di “cucina” in altro modo. Quest’ultima appartiene più ad un fenomeno culturale che non ad un’attività produttiva. Il fatto che la “cucina” nella sua seconda accezione da fenomeno culturale divenga a sua volta “prodotto” (merce) economico è tutt’altra questione, ed è esattamente di questo che intendo parlare. Soltanto che per farlo devo prenderla molto alla larga e buttare giù una base che sostenga il discorso. Vi prego quindi di avere pazienza, e di proseguire nella lettura.

Non è di “cucina” intesa come organizzazione di tecniche produttive che m’interessa disquisire in questo caso, come dicevo, anche se ne tratterò per chiarire meglio gli argomenti. Permettetemi, anche se per taluni sarà superfluo, precisare, però, cosa s’intende per tecniche di preparazione, questione, tra l’altro, importantissima per tutti i discorsi attorno all’alimentazione.
Un esempio semplice. Se cuociamo della selvaggina cacciata allo scopo di garantire la sopravvivenza della comunità (tribù) e dobbiamo renderla facilmente fruibile a tutti i membri (bambini, anziani) cercheremo un modo per rendere le carni più morbide e digeribili, magari anche maggiormente sicure per motivi igienici, in mancanza dei quali vi sarebbe maggiore mortalità. Apprestiamo un fuoco, infiliamo la carne in una stecca e cerchiamo un modo per tenerla sollevata in modo che non bruci. Abbiamo inventato una tecnica di cottura. In seguito potremmo scoprire che le fiamme che lambiscono le carni creano una sostanza chiamata benzopirene che risulta cancerogena (ci sono voluti migliaia di anni), ma non c’entra con la tecnica di cottura.

E’ interessante notare, invece (e c’entra col seguito del discorso), come input di origini molto distanti in termini di dominio (società, economia, cultura, biologia, ecc) s’intersechino e determinino caratteristiche e proprietà di un dato fenomeno. Non è da escludere che la scoperta recente del fatto che le fiamme dirette sulla carne producano una sostanza cancerogena abbia agito positivamente sulla ricerca di tecniche di confezionamento e produzione di vivande e che a sua volta questo sia stato di stimolo per elaborazioni del gusto. Ma vedremo in seguito.

Per trattare il discorso della cucina come fenomeno culturale occorre chiarire alcuni punti non del tutto evidenti. Se il rapporto cucina/alimentazione visto nella sua dimensione individuale è abbastanza immediato perché coinvolge oltre il sé anche il benessere fisico e la percezione estetica,  quello sociale e culturale si nasconde in mezzo a una serie di elementi apparentemente estranei al discorso al punto che non è sempre facile isolare.
Se la “cucina”, in questo caso intesa nella sua accezione più ampia – cioè nel suo insieme di metodi di preparazione e presentazione, tradizioni e tecniche di cottura di cibi e bevande e in generale come insieme di pratiche di trasformazione degli alimenti – ha avuto in passato una grande importanza in una prospettiva culturale oltre che sociale, oggi quel che emerge e la distingue rispetto al passato è l’essere oggetto di mode alla stessa maniera dell’abbigliamento o altre categorie merceologiche che in qualche modo possono rappresentare uno status sociale.

La “cucina” vista in questo modo permette a mio avviso di rendere più facilmente riconoscibili alcune connotazioni che sfuggono ad un esame superficiale. La logica è quella che segue: se la cucina è soggetta a fenomeni di moda oltre che rappresentativa di status sociale è non solo, come in passato, caratterizzante di stratificazioni sociali, ma distintiva di gusti estetici che tendono in apparenza a eliminare quelle stratificazioni e ad essere più facilmente omologante. E’ vero che le mode delle borghesie più ricche segue percorsi diversi, ma casi estremi possono essere benissimo esclusi dal presente discorso senza indebolirne l’assunto principale.
Diverse istanze ovviamente tendono a creare le mode: il propagarsi di differenti costumi e gusti alimentari provenienti da tradizioni dal fascino esotico, e innovazioni alimentari che utilizzano prodotti provenienti da paesi lontani sono per esempio alcuni dei fattori. Pensiamo a ciò che è avvenuto in passato con l’arrivo di nuove spezie e nuove specie di ortaggi come il peperone e il pomodoro e a quanto queste novità abbiano inciso sul piano sociale e dei costumi oltre che su quello alimentare.

Nella presentazione del suo saggio L’alimentazione: gusti, pratiche e politiche, Roberta Sassatelli riporta una citazione da Seeds of Change di Henry Hobhouse, leggiamo cosa dice

il punto di partenza per l’espansione europea al di fuori del Mediterraneo … non ha avuto nulla a che fare con la religione o lo sviluppo del capitalismo, ma ha avuto molto a che fare con il pepe. Le Americhe furono scoperte come effetto imprevisto della ricerca del pepe.

E’ evidentemente o soltanto una provocazione oppure una vera e propria stupidaggine e non intendo con la mia osservazione sull’influenza che le spezie hanno avuto sul piano sociale sostenere una tesi economica di questo tipo. Perché?
Ammettiamo che possa essere vera la teoria secondo la quale le “Americhe furono scoperte come effetto imprevisto della ricerca del pepe” (non sono un ricercatore e non ho strumenti per confutarla o suffragarla), ma affermare che l’espansione europea non avesse origine nello sviluppo del capitalismo è veramente una stupidaggine. La “ricerca del pepe” quale scopo aveva se non quello di trovare nuove risorse economiche per ottenere profitti? Era forse nata solo allo scopo di soddisfare i palati aristocratici che ne facevano uso? Sarebbe un po’ strano che storici del calibro di Braudel non lo avessero notato.

1 Vi invito a questo proposito a leggere il brevissimo saggio  di antropologia dell’alimentazione che trovate qui  http://fileslap.com/9D5/Il_cibo_come_linguaggio_e_cult . Per chi lo avesse già notato  e magari avesse avuto occasione di scaricarlo il titolo era “Il cibo come linguaggio e cultura” e si trovava in download su un sito che richiedeva registrazione. Mi pare che recentemente tale sito sia soggetto a qualche problema di connessione e ho preferito trasferirlo in uno spazio dove è anche possibile visionarlo e leggerlo on line oppure scegliere di scaricarlo. Non fatevi scoraggiare da paroloni come antropologia dell’alimentazione, lo scritto è agevole nella lettura e non richiede particolari nozioni relative a tale ambito di conoscenza.

mar 27

Farine, impasti e burlenghi. Qualcosa sulle preparazioni base.

Pasticciare con la farina e l’acqua di solito è divertente: basta guardare come si divertono i bambini alla scuola materna e alle elementari. Probabilmente poter pacioccare e manipolare paste e robe a cui dare fogge diverse può essere un modo per scaricare lo stress. Forse perché possiamo dare corpo alle nostre fantasie e quindi alla realtà, diversamente da ciò che accade quotidianamente con i nostri desideri che difficilmente riusciamo a veder realizzati subito.

Le paste più semplici a base di farina e acqua, inoltre, gratificano facilmente il nostro ego perché tutto sommato è abbastanza facile ottenere buoni risultati. Le vivande a base di pasta di pane hanno ovviamente tradizioni antiche essendo uno degli alimenti originari delle prime civiltà agricole e si trovano numerose ricette regionali e contadine che riescono sempre a soddisfare anche i palati più sofisticati.

In questo post vediamo senza pretese alcuni elementi di base per preparare antipasti, ma anche merende, in modo rapido e un po’ diverso dalla solita focaccina, comunque buona e sempre proponibile, o salatino di sfoglia che personalmente, invece, trovo ormai monotono.
Ho accennato qua polpettone-ai-pistacchi-in-crosta le proporzioni per preparare una pasta di pane e dunque riprendiamo da dove eravamo rimasti.

Farinogramma - cliccare sull'immagine per andare al sito. Troverete tantissime informazioni sulle farine

Generalmente, e sottolineo generalmente, la proporzione per un impasto di media consistenza è di 2:1 cioè a dire la farina il doppio dell’acqua. 1kg di farina 0,50 lt. di acqua. “Generalmente” significa che esistono variabili che possono dare risultati diversi: p. es. l’umidità della farina, che dipende non solo dalla qualità della farina, ma anche dall’umidità dell’ambiente Ma non solo: quel “generalmente” significa anche che non sempre l’impasto deve presentare per forza una consistenza media. Se vogliamo ottenere una focaccina di piccole dimensioni per preparare dei “bocconcini” di antipasto la pasta dovrà essere tenuta più morbida e magari più friabile e per far questo occorre anche un contenuto di grassi maggiore e possiamo sostituire una parte dell’acqua con del latte.

Qualcuno mi scuserà per “l’ovvio” che dico, ma non tutti hanno dimestichezza con la “cucina”.

Detto questo propongo un antipasto che normalmente non compare nei menù casalinghi se non in alcune località delle quali la ricetta è tradizionale.

Preparate una elementare pastella di farina e acqua. Elementare, però, non vuol dire che sicuramente le prime volte riuscirete ad avere risultati eccezionali. Le pastelle richiedono esperienza per trovare la giusta proporzione e preparazione che non è possibile trasmettere con le parole. La cottura è importantissima e si apprende sperimentando, dipende dal tipo di padella, da quanto la scaldiamo ecc..

Prepariamo una pastella densa con farina, acqua, sale e un paio di cucchiai d’olio se usiamo almeno 250 g. di farina. La consistenza deve essere quasi cremosa, molto più densa di un preparato per crespelle o farinata, ma fluido, non deve faticare a colare in padella. Lasciamola riposare un po’. Deve essere preparata in una padella antiaderente con un diametro medio, anche un po’ più grande di quella che usate per le crespelle. L’aggiunta di olio nella pastella non sarebbe prevista, se, però, procedete in questo modo eviterete di dover imburrare di tanto in tanto la padella per evitare che la pastella si attacchi.

padella tradizionale per burlenghi

Nella sua forma tradizionale questo piatto si chiama “burlenghi reggiani” e vanno riempiti con un trito di aglio, rosmarino e parmigiano. Si pone un pugno di parmigiano al centro del burlengo si aggiunge un po’ di trito e lo si richiude piegandolo in 4. Nulla c’impedisce di riempirlo diversamente per esempio con ricotta e spinaci come un raviolo oppure, se non siete vegetariani, con salsiccia e spinaci. Private la salsiccia del budello, sminuzzatela, fatela rosolare (senza ulteriori grassi, scaldando lascia andare il proprio grasso), spegnete con mezzo bicchierino di vino bianco, fate consumare e unite gli spinaci tritati (magari stufati in un’altra padella).

mar 04

Come organizzare un pranzo

Organizzare un pranzo o una cena tra amici può essere sia un lavoro divertente e creativo sia un’operazione stressante che non tutti affrontano con lo stesso “spirito”. In realtà dovrebbe essere un lavoro da fare con un certo entusiasmo, ma alcune piccole difficoltà ci possono rendere nervosi e suscettibili e rovinare il clima di convivialità o nel migliore dei casi creare una certa tensione con chi ci sta attorno e dovrebbe darci una mano. Quest’ultimo caso si presenta forse più di frequente se gli invitati non sono amici di lunga data e che sappiamo non si formalizzano sullo stile e sulle scelte estetiche e gastronomiche.

Altra cosa se sono conoscenti con i quali vogliamo fare bella figura e temiamo un po’ le loro eventuali critiche. Non sappiamo, per esempio, se sono pignoli e amano la precisione anche nello stile con il quale vengono ricevuti, se faranno attenzione al modo in cui è imbandita la tavola, al susseguirsi delle portate, se sono frugali o hanno aspettative che non riusciremo a soddisfare.
A volte può innervosirci semplicemente il non sapere o non ricordare come vanno disposti i bicchieri e se è meglio presentare il tovagliolo in fogge ben preparate o semplicemente disporlo ripiegato sui piatti.

Questo post è dedicato proprio a questo argomento. Saranno consigli senza pretesa, forse a qualcuno potrebbero apparire addirittura banali, ma anche le indicazione a volte basate solo sul buon senso possono perdere la loro ovvietà quando si presenta l’occasione in cui vanno messe in pratica.
Chissà perché, per esempio, ci crea perplessità la disposizione delle posate solo quando dobbiamo disporle in tavola all’ultimo momento e non ci poniamo il problema il giorno prima. Sembra una questione stupida? Mah…a mio avviso non tanto dal momento che mi è capitato di sentirmelo chiedere dal parente di turno che puntualmente si risponde con un “ma va bene lo stesso, tanto… per te ha importanza?”.

No. Per me non ha importanza. Ma cosa vuol dire? Per altri potrebbe averne sopratutto se l’occasione è un evento che serve a impressionare l’ospite e non è vero che questo non capiti ogni tanto anche tra persone non avvezze ai convenevoli o ai pranzi di lavoro. Diciamo che può succedere e se si è preparati è meglio e in realtà alla fin fine ci soddisfa esserci sentiti “all’altezza”.
Cominciamo dalla tavola. Come dovrebbero essere disposte posate e bicchieri? E’ importante il segnaposto, cioè il piatto che non sarà utilizzato per le vivande? Il tovagliolo è meglio presentarlo dandogli una forma arzigogolata o soltanto ripiegato in tre parti?

Forse sarà inutile dirlo, ma “elegante” non è sinonimo di “bizantino”. Partiamo da questo presupposto. Non lambicchiamoci per trovare forme da dare al tovagliolo è sufficiente che sia ripiegato in modo semplice. Qui http://www.napkinfoldingguide.com/ avete qualche esempio di quanti modi possibili esistono, e sono soltanto alcuni. Le tecniche e le fogge sono ancora decine, ma non lasciatevi incantare, le presentazioni complesse fanno effetto solo ad alcuni tangheri o parvenù convinti che le apparenze siano importanti.

Questo a fianco può essere un esempio di semplicità ed eleganza che avrà maggiore effetto se il tovagliolo sarà colorato e in armonia con il colore della tovaglia.

Il buon gusto e lo stile sono un’insieme di “ingredienti” che dosati in giusto modo anche se pochi e semplici esprimono l’essenza della persona e raccontano il suo modo di vivere più di quanto possa fare un romanzo. Possiamo stupire anche con un piatto di spaghetti non è necessario preparare una scultura di ghiaccio e un’aragosta in bella vista con spume barocche di mousse e rare salse dai nomi esotici.

I bicchieri. Almeno due: uno più grande per l’acqua e uno più piccolo per il vino, sulla destra, ma partendo da sinistra. Potrete già disporre in tavola il bicchiere dello spumante (flûte) a destra degli altri, ma spostato indietro soprattutto se non vi è molto spazio sulla tavola. Le posate vanno disposte: forchetta a sinistra e coltello a destra, eventualmente assieme al cucchiaio, a destra del coltello, se serve. Aggiungiamo, se è previsto del pesce e li avete a disposizione, i coltelli adeguati accanto e sulla destra (prima del cucchiaio se è presente) del coltello per la carne.

Consigliabile e direi fondamentale il segnaposto sul quale dovrà trovarsi già il piatto per l’antipasto con il tovagliolo sopra. L’unica eccezione che consiglio per quanto riguarda la presentazione del tovagliolo è il ventaglio nel bicchiere (dell’acqua) se pensate che gli ospiti possano gradire un tocco scenografico.
Un’ultima osservazione prima di passare ai tipi di menù e altre considerazioni pertinenti alla presentazione delle vivande e allo stile a cui ispirarsi per realizzare un pranzo importante.

L’estetica della posateria e del vasellame dovrebbe essere semplice e anche in questo caso senza colori e fogge che attraggano l’attenzione. Meglio privilegiare la presentazione e l’eventuale decorazione e abbellimento manuale dei piatti (a volte è sufficiente un fiore fresco per appassionare l’ospite). Piatti decorati, costosi e spettacolari possono essere acquistati anche con un finanziamento da chiunque, la fantasia e l’eleganza non si possono acquistare nemmeno con in tasca quattro carte di credito.

nov 11

Alcune considerazioni sul libertarismo

Non è per polemica con qualcuno in particolare, ma occorre qualche riga per chiarire alcune questioni che riguardano concetti che sono spesso sbandierati da movimenti politici libertari come fossero attuabili e di attualità: uno dei più nominati è per es. il cosiddetto mutualismo. Per quello che riguarda tali sistemi in relazione alla realtà politica, sociale ed economica andrebbero esaminate da vicino alcune condizioni in grado di favorire in misura maggiore o minore la loro realizzazione.

Le condizioni che hanno favorito forti processi autogestionari sono ben descritte e documentate da Pierre Ansart  1 che mostra come essi siano nati e si siano sviluppati, in Francia nel caso specifico, dal mutualismo propugnato dai capi laboratorio dei setaioli lionesi. Andrebbe posta l’attenzione, a mio avviso, sulla cornice storica risultante da una serie complessa di fattori: tra i quali occorre evidenziare il passaggio da un sistema ancora caratterizzato da elementi feudali a quello fortemente industrializzato (non è un caso la nascita del saintsimonismo) che cambiava il volto della composizione socio-economica e spingeva alcuni ceti alla difesa della propria autonomia. Così che i capi laboratorio trovandosi alla mercé dei fabbricanti, che imponevano prezzi e condizioni di mercato (per esempio la caratteristica delle tele: colori, foggia, ecc.. E non da ultimo scadenze di consegna e quindi anche ritmi di lavoro), erano trasformati in semplici salariati costretti a difendere, a differenza della semplice manodopera, oltre il proprio lavoro anche i loro mezzi di produzione. In tale cornice è da inserirsi dunque la “democrazia industriale” di Proudhon.

Negli anni ‘80/’90 pareva riemerso tale modello specie ad opera di Piore e Sabel. La cosiddetta accumulazione flessibile potrebbe avere in qualche modo riprodotto con la deindustrializzazione e conseguente col decentramento produttivo e organizzativo condizioni omologhe sul piano sociale (polverizzazione di attività autonome) e geografico (minore accentramento produttivo a livello territoriale). Quanto tutto ciò sia in grado di incoraggiare forme di mutualismo sulle tendenze proudhoniane andrebbe largamente esplorato attraverso lo studio di casi concreti. Certo è che, come rilevano in molti, la flessibilità si accompagna anche al corporativismo degli interessi e a soluzioni, potremmo dire, del tutto strumentali e non guidate da una tensione politica e sociale. La stessa enfasi posta sulla piccola iniziativa privata e sulla “imprenditorialità” no profit  potrebbe essere una sorta di utopia controllata come rileva David Harvey a proposito della crisi economica degli anni ’30

Essi [i suoi lavoratori] dovevano, sosteneva Ford, coltivare le verdure nei loro giardini durante il tempo libero (…). Insistendo sul fatto che il fare da sé era <<l’unico mezzo per combattere la depressione economica>>, Ford si trovava a sostenere quel tipo di utopia controllata, fatta di un ritorno alla terra (…) 2

Nel caso attuale la promessa di uscire dalla crisi risiede nella necessità di “mettersi in proprio”, ma mi pare che il parallelo non sia del tutto insensato.
Di seguitò cercherò di delineare molto brevemente e a livello complessivo i motivi del mio personale scetticismo riguardo le possibilità di estendere processi autogestionari in grado significativo sul piano politico almeno per quanto riguarda la realtà in Italia, non senza qualche “incursione” nel generale.

Ritengo che la trasformazione prodotta dal capitale nella seconda metà del XX° secolo abbia mutato profondamente ed in modo irreversibile quelle condizioni sociali che hanno permesso in passato forme di conflitto sollevate da processi storici di autoorganizzazione della classe operaia. Ed un ripensamento delle prospettive autogesionarie deve partire appunto dall’analisi dell’attuale scenario.
La profonda trasformazione a cui abbiamo assistito soprattutto in questo ultimo mezzo secolo è dovuta, sinteticamente, a quel complesso fenomeno che alcuni autori definiscono in diversi modi: rivoluzione informatica, società dell’informazione o, ancora, terza era. Ma ritengo vadano individuati altri fattori nella concorrenza tra istanze sociali, poteri politici e capitale.

Per quanto riguarda il progresso sociale possiamo osservare un’acquisizione formale delle rivendicazioni sociali anche attraverso la legislazione un aspetto, quest’ultimo, che non sempre viene messo in evidenza come dovrebbe, si dimentica, infatti, l’importanza che la legislazione riveste nell’attuazione delle politiche che le alterne maggioranze tentano di realizzare 3.  Con le recenti normative è stata attuata un’ulteriore ristrutturazione che ha vanificato da un lato il conflitto aperto negli anni settanta, volto a costruire un processo di democratizzazione dal basso, dall’altro un possibile cambiamento radicale delle istituzioni, se non quello dell’aziendalizzazione selvaggia.

In questi anni credo che le riforme dello “stato sociale” siano state ottenute proprio in virtù di normative che hanno permesso di imprimere (anche se inavvertitamente) l’accelerazione necessaria ad un cambiamento teso a vanificare le conquiste di un ventennio di lotte.
Seppur schematiche le osservazioni sin qui fatte mi paiono sufficienti per esaltare almeno alcune differenze rispetto alla realtà sociale, economica a politica che aveva animato in passato alcune forme di organizzazione e di lotta. Se gli spazi di esistenza possibili diretti a politiche autogestionarie sono regolamentati appare ben difficile la costruzione di realtà concretamente antagoniste al sistema. Elementi costitutivi, inoltre, come la necessaria composizione socio-economica, di dette pratiche pongono un limite alla possibilità di sviluppo verso una “massa critica”.
Riprodurre le forme storiche di riappropriazione di spazi sociali e politici è quindi estremamente difficile se non impossibile da ripensare.

Certo, possiamo assistere da diversi anni, soprattutto sul finire del secolo scorso, a una rielaborazione di forme autogestionarie definite di “scambio informale” e non c’è dubbio che lo scambio informale, inteso come rapporto di scambio al di fuori del circuito commerciale e di mercato, si presenti di per sé potenziale momento di conflitto, poiché sfugge alle strategie di controllo del paradigma di produzione capitalistico. Il problema risiede, però, la realtà sembra dimostrarlo, nella possibilità di estendere in modo critico il processo. Vale a dire l’autogestione non garantisce la radicalità e l’allargamento delle lotte in misura necessaria al mutamento sociale.

Senza soffermarmi in modo specifico sul problema credo si possa osservare che là dove si è avuta un’evoluzione verso lo stato sociale minori sono stati i processi autoorganizzativi 4, e anche la revisione del Welfare seppur rimette in gioco lo stato sociale pare essere una riforma che ingabbia gli obiettivi di ricomposizione di una soggettività dispersa in mille rivoli.

Occorre non sottovalutare il recente sviluppo, in tutta l’Europa, di quell’economia definita non profit market che secondo alcuni ha un alto valore sociale, e che è caratterizzata da principi di natura solidaristica e mutualistica. “Il fenomeno in esame infatti è a volte qualificato, appunto, come terzo settore, indicando essenzialmente l’associazionismo a fini non lucrativi e quindi comprensivo del volontariato, della cooperazione, della mutualità” 5. Un’economia dunque che si vorrebbe fondata su quei principi di reciprocità e auto-aiuto che in passato erano ritenuti di “lotta” e di ricomposizione di conflittualità altrimenti disperse.

Il trasferimento di funzioni pubbliche dal sistema di Welfare al Terzo Settore è una prassi che consente di assorbire forze antisistemiche e trasformarle, regolamentandole, in servizi sociali col relativo risultato di scaricare i costi collettivi sul singolo. Certo anche il Welfare era un costo che colpiva la collettività, ma la collettività intera, aziende, cioè Capitale, compresi. Lo smantellamento del Welfare agisce diversamente: alleggerendo le imposte che colpiscono le aziende il costo dell’assistenza ricade solo sul singolo cittadino, in misura ovviamente maggiore sul lavoro dipendente.

L’autogestione intesa nel senso del non profit è dunque in realtà un mare di cooperativismo istituzionale dove annega ogni tentativo di conflitto col Capitale e i rapporti di reciprocità sono fissati da “buone pratiche” procedurali.
Questo contribuisce a cambiare il volto della condizione sociale che in passato, come si è detto, ha ispirato numerosi tentativi autogestionari.
Date queste condizioni la questione che intendo considerare è: quanto le forme autogestionarie siano capaci di creare conflitto, da un lato in rapporto al modo di produzione capitalistico, dall’altro lato in senso funzionalistico con il ruolo regolatore dello Stato.

I due aspetti rispondono ovviamente a problematiche ben diverse per precisi motivi. L’uno riguarda i rapporti con l’economia di mercato. In tale logica perché i sistemi non monetari, per esempio, siano antitetici alla riproduzione delle merci, occorre abbiano la capacità di veicolare un valore d’uso sufficiente da destabilizzare il sistema produttivo. Sappiano quindi rendersi alternativi al paradigma economico dominante.
L’altro concerne i rapporti che stanno alla base della legittimazione dello Stato. Questo significa capacità di contrapporre modelli partecipativi estesi e indipendenti dall’arena politica, e non solo, che restino necessariamente (credo) autosufficienti perché non diventino oggetto di public policy stabilite dalle pubbliche amministrazioni.

Sotto questi aspetti non sembra per ora possibile dare risposte positive. I sistemi considerati rimangono per ora confinati a dimensioni del tutto locali ed estremamente limitate. Perché possano svilupparsi, concludo, richiederebbero condizioni politiche e sociali favorevoli difficili da individuare giacché le strutture di dominio sono in continuo mutamento e si adattano, quando non è possibile guidare direttamente il cambiamento, per esempio nel tessuto sociale, alle realtà locali.

Tali considerazioni non intendono, però, ignorare l’importanza sul piano astratto che le trame sociali presenti potrebbero avere nel futuro di una trasformazione radicale del sistema sia economico che sociale. Non tutti gli attori del terzo settore sono perfettamente incardinati nell’economia capitalistica e potenzialmente, limitatamente a realtà regionali (in aree maggiormente autosufficienti), potrebbero stimolare rapporti associativi e aggreganti nella struttura comunitaria oltre che economica. Il discorso a questo punto diventa eccessivamente complesso e va oltre queste brevi note.

Concludo con l’esortazione a non lasciarsi incantare da forme idealistiche che in questo momento storico non porterebbero a nulla di concreto. Credo che il cambiamento oggi possa partire solamente da una forte organizzazione politica che parta dal basso, ma forte anche nei numeri.

Note

1 Pierre Ansart – Nascita dell’anarchismo – Samizdat – 2000

 2 David Harvey – La crisi della modernità –  Net 2002 – pag. 159

  3  “l’effetto finale di un graduale mutamento nella procedura amministrativa può, a lungo andare, dare luogo ad un nuovo principio” – Mannheim op. cit. pag. 125.
In Italia, per ragioni del tutto particolari, non è difficile constatare che il dettato costituzionale ha recepito tutta una serie di principi volti a stabilizzare la pace sociale e la cooperazione nella cosiddetta “società civile”.

 4 “Lo stato sociale, si potrebbe dire semplificando un po’, ha reso la ricerca di forme autoorganizzate di produzione dei servizi (apparentemente) superflua.” C. Offe e R.G. Heinze – Economia senza mercato – Editori Riuniti 1997.
Certamente l’affermazione non si dovrebbe generalizzare, ma va notato che, per esempio, in Italia ed in Germania dove il Welfare State è (o meglio era) più diffuso sono minori le esperienze mutualistiche, mentre queste ultime sono più vivaci e attive negli U.S.A.

 5 come viene espresso da un’indagine conoscitiva sul terzo settore svolta dalla Commissione affari sociali della Camera.

nov 11

Il primato della scienza politica?

Il proposito di questo post non è, ovviamente, dare risposte, intanto perché andrebbe oltre le possibilità del sottoscritto e in secondo luogo perché le risposte, il più delle volte, si possono comporre solo in un lasso di tempo relativamente lungo osservando il modificarsi degli avvenimenti. Molto più modestamente spero di stimolare, attraverso un flusso un po’ appassionato, una riflessione su alcuni argomenti che tanto più in questo momento mi sembrano stringenti.

Parlare di democrazie radicali impone di considerare la possibilità di un agire politico concreto e nello stesso tempo non esclusivamente confinato alla mera prospettiva di una scienza della politica, se questa esiste ed è possibile, questione che può rilanciare nuovamente il dibattito sulla funzione ideologica della scienza. Mi soffermerò dunque alcune righe a esaminare la questione della “scienza politica”, dispensandoci in questa sede dell’interrogarci su questioni metodologiche che possono essere solo oggetto di disputa specialistica. Concedetemi una metafora per semplificare questioni che altrimenti esigerebbero troppo spazio. Allora direi che: la scienza politica può essere considerata una chiave.

Una chiave sicuramente utile se intendiamo aprire la porta che ci permette di entrare in una certa stanza, ma quella porta particolare e non un’altra. Se la stanza in cui vogliamo entrare è tutt’altra quella chiave risulterà inservibile al nostro scopo. Se le stanze rappresentano la concezione che abbiamo del mondo in cui aspiriamo vivere la scelta della porta non dipende dalla chiave, bensì dal nostro proposito (o se si preferisce desiderio). Questo ragionamento sottintende, ovviamente, alcuni giudizi di valore e mi si dirà che la scienza politica è stata edificata opportunamente per evitare tale dato irrazionalistico.

La scienza della politica, infatti, non si occupa del “mondo” in cui aspiriamo a vivere, ma più correttamente e concretamente di quello esistente. La questione, però, è che il “mondo”, quel mondo che la scienza politica si studia di capire e analizzare si trasforma dinamicamente in base al perseguimento di progetti e modelli esistenti nelle intenzioni di qualcuno, che questi sia una classe, per esempio la borghesia, oppure un monarca assoluto. Intanto è evidente, per restare nella metafora, che debba essere plausibile l’esistenza di una porta diversa, ma ciò che può apparire inopinabile oggi può essere concepibile domani.

Cento anni fa poteva non apparire plausibile nella nostra società occidentale il matrimonio tra omosessuali: oggi lo è! E per quanto personalmente possa sforzarmi di capire non riesco a immaginare come le “categorie interpretative” della scienza politica avrebbero potuto non solo individuare una cosa inesistente (la volontà di istituzionalizzare il matrimonio omosessuale), ma renderlo almeno plausibile alla maggioranza.
Karl Mannheim in Ideologia e Utopia fa riferimento alla possibilità di fondare una scienza capace di dare risposte alle situazioni concrete definendo, in un certo senso, la base di questa scienza “Il tentativo di eludere le deformazioni ideologiche e utopiche è, in ultima analisi, un’indagine della realtà. Queste due concezioni ci forniscono la base di un sano scetticismo e sono in grado di essere positivamente utilizzate per evitare quegli errori cui il nostro pensiero potrebbe indurci.” 1

Se osserviamo da vicino il contesto storico in cui Mannheim scrive, il finire degli anni ’20, sono gli anni in cui Stalin è già salito al potere, il fascismo si è orami affermato in tutti i suoi aspetti e la crisi economica comincia a dilagare. Un periodo contrassegnato da una sorta di irrazionalismo economico, politico e, non da ultimo, filosofico. Sono venuti meno i riferimenti stabili della democrazie liberali ottocentesche. Non c’è dubbio che un sano scetticismo verso due estremi opposti poteva apparire sensato. Egli stesso, peraltro, più avanti scrive: “Un’incerta e timorosa dissimulazione delle contraddizioni non ci condurrà fuori dalla crisi dell’estrema destra e sinistra politica, le quali, esaltando ai fini della propaganda il passato o il futuro, dimenticano che la loro posizione attuale non è immune dalla stessa critica.” 2

Con un certo margine di approssimazione questa rappresenta la posizione dell’attuale scienza della politica, e interpretando lo stesso Mannheim possiamo obiettare che è pur vero che la scienza si basa su dei fatti, ma i “fatti” umani (sociali, politici, economici) non si verificano in modo naturale come la pioggia, essi sono il prodotto di aspirazioni, valori, ideologie. Non s’intende affermare una tendenza idealistica, i valori le aspirazioni ecc. sono essi stessi il prodotto di un dato sistema storico. Agire sui fatti significa anche condizionare i successivi valori, per esempio. Sicché sarà possibile fare della scienza politica ma è sempre possibile anche fare della “politica della scienza”, e questa politica come si trasforma in scienza? Vi è sempre un momento, in sostanza, in cui il giudizio è un giudizio di valore: l’esempio del “progetto genoma” dovrebbe essere più che sufficiente per capire ciò che intendo.

Pierre Bourdieu sostiene per esempio che la sociologia non può rinunciare a operare all’interno stesso del sistema sociale, la necessità dunque per l’intellettuale di fare “critica sociale” (e credo che egli stesso ne fosse un esempio). Zigmunt Bauman afferma l’impossibilità della neutralità morale del sociologo riconoscendo un ruolo di interprete e non di guida, e di faro come vorrebbero alcuni, nelle scelte reali. Raymond Boudon, anche se su prospettive molto distanti dalle precedenti, ha dimostrato diversamente dalle convinzioni di Mannheim che l’intelligentsia non è “immune” da condizionamenti derivati dalla posizione ricoperta e che queste operano al di là della loro consapevolezza.

Credo che la fondazione di una scienza della politica sia divenuta, per le classi dominanti, particolarmente necessaria con l’emergenza della borghesia, ma in particolar modo con l’evolversi delle utopie ottocentesche 3. Era necessario, in altri termini, da parte delle classi dominanti reagire all’elaborazione di pratiche e teorie politiche che permettessero e legittimassero una presa del potere (o paventassero il pericolo di rovesciarlo) di forze storiche emergenti in grado di cambiare la configurazione del sistema, mostrando che sarebbe stato possibile risolvere i conflitti razionalmente, riassorbendone le pressioni devastatrici.

In sostanza per la scienza politica oggi un certo modello di società può essere utopistico tra un secolo potrebbe essersi imposto senza che la scienza politica cessi di svolgere la propria funzione di scienza e questo può far nascere qualche dubbio sulla sua imparzialità. “Altri hanno contribuito a diffondere un pensiero “debole”, contrario ad ogni scelta tra significati e segni (…) pensiero tanto più seducente in quanto favorisce, con il pretesto di rispettare la varietà delle soggettività (…) un relativismo di bassa lega.” 4.

Se il mio è scetticismo mi piacerebbe sapere se è contemplato tra i casi di “scetticismo sano ” o di “scetticismo non-sano”.

Note

1 Karl Mannheim – Ideologia e Utopia Il Mulino 1957 – pag. 104

Ibid  pag.110

3  La scienza della politica potrebbe essere fatta risalire a Hobbes che ha affrontato in modo sistematico la questione della <<politica>> come possibile oggetto della conoscenza <<certa>>. Potremmo risalire ancora più indietro nel tempo da Machiavelli fino a Platone. In tutti i casi, compreso Hobbes, è comunque lecito definire le loro teorie <<scienza della politica>> in modo alquanto relativo. In realtà è solo nell’ottocento con la divisione soprattutto accademica delle varie discipline e con lo sviluppo dei metodi di ricerca che possiamo parlare di <<scienza della politica>> come l’intendiamo oggi anche se da ritenersi soltanto agli albori.
Per quanto riguarda la formazione e la divisione delle discipline scientifiche nell’ottocento cfr. Immanuel Wallerstein – La scienza sociale: come sbarazzarsene. I limiti dei paradigmi ottocenteschi – Il saggiatore – 1995

4  Eugene Enriquez – Dall’orda allo stato. All’origine dei legami sociali – Il Mulino – 1986 – Pag. 28

set 10

I motori di ricerca, i loro risultati e le informazioni non corrette

Non è puro spirito di polemica, ma intendo sottilineare l’inattendibilità delle ricette di alcuni siti famosi come Giallozafferano.
Non ho idea di quante visite giornaliere possa vantare questo sito, credo che essendo solitamente tra i primi in lista nella prima pagina di google, yahoo e bing, possano essere dell’ordine del migliaio o forse anche più.

Ora il problema non sono le ricette, ovviamente. Ognuno è libero di cambiare, aggiungere, togliere, ingredienti e rielaborare e interpretare piatti come più gli aggrada. Cambiando ingredienti con le parole non si avvelena nessuno e, anche se qualcuno sostiene che ne uccide più la penna della spada, non è certo questo il caso.
Quello che contesto è, come dire, una questione di correttezza, non spacciamo un certo piatto per ciò che non è. Ognuno poi è libero di realizzare quel piatto come descritto oppure a sua volta portare delle variazioni.

Non ci si dovrebbe dimenticare che la “filosofia” che dovrebbe guidare i criteri di scelta nel funzionamento dei motori di ricerca sono propio correttezza, attendibilità, originalità (non copiature) dei contenuti, e non per arbitrio, ma perché i motori di ricerca sono nati per restituire informazioni e la quantità di informazione è più alta se rispetta proprio criteri di un certo tipo.

Per verificare se quello che scrivo è una fesseria potete fare una semplice ricerca. Qui vi propongo due esempi, ma potete approfondire in altro modo.

http://oeseo.it/google-annuncia-delle-novita-nei-criteri-di-posizionamento-saranno-premiati-i-contenuti-ricchi-e-originali-98

http://www.guadagnareconadsense.net/2011/01/29/google-va-alla-guerra-contro-i-contenuti-non-originali/

Il nocciolo della questione è: perché ci sono siti che si posizionano nella prima pagina dei motori di ricerca pur non rispettando (con intenzione o meno, non intendo dare giudizi morali) certi criteri?
Lascio la domanda aperta. Propongo di seguito un esempio tratto proprio da Giallozafferano.
Bene, anzi male! Questa non è la ricetta delle verdure alla ligure: eppure compare come il primo risultato in prima pagina di google.

Zucchine ripiene alla Ligure

Mondate e tritate le cipolle finemente, e fatele soffriggere in due cucchiai di olio (4) insieme alle acciughe tritate (5). Scolate le zucchine e lasciatele intiepidire. Eliminate poi le estremità, quindi tagliatele a metà per il lungo, e svuotatele con un cucchiaino (6);
aggiungete la polpa svuotata al soffritto di cipolla e acciughe (7), lasciando cuocere il tutto per qualche minuto, e nel frattempo tritate insieme (se volete potete usare il mixer) il pane, il tonno sgocciolato, i pinoli, e i capperi preventivamente dissalati (8). Accendete il forno a 180°. In un recipiente mischiate il trito ottenuto, con la polpa di zucchine soffritta con cipolle e acciughe (9), il parmigiano,  le uova,  (10) e la maggiorana (11), amalgamate bene il tutto, poi aggiustate di sale e il pepe (12).
Riempite ora le zucchine con il composto (13) e poi disponetele in una teglia oliata (14). Per ultima cosa condite con un filo di olio (15) e cuocetele nel forno per circa 20-30 minuti, finchè avranno una bella crosticina dorata. Quando le toglierete dal forno, lasciatele riposare le zucchine ripiene alla ligure per 5 minuti prima di servirle.

Per la ricetta corretta vi rimando al mio post

ago 03

Diario di campagna

By Giovanni

Avevo già sentito l’odore della campagna alle sette del mattino. L’odore delle stalle, dei cortili pieni di cianfrusaglie, della terra umida, dell’erba tagliata (c’è sempre qualcuno che taglia qualcosa, che prepara conserve). L’odore di quella natura libera, che sembra imprigionata nel ritmo delle abitudini, ormai segnata dalla mano dell’uomo.

Non c’è qui la stessa strana sensazione di aria di festa dei paesi di mare. La sensazione di partire per andare lontano, prendere il largo. La sensazione che il primo raggio di sole scandisca l’inizio della vita, della giornata.
L’inizio della giornata è semmai scandito dal canto del gallo, dai primi rumori di chi si reca nei campi. Da quelle piccole cose che forse appartengono più all’immaginario collettivo (ormai!).

Avevo già sentito l’odore della campagna alle sette del mattino. Eppure questa volta c’era qualcosa di speciale. Qualcosa nell’aria, nell’animo, nei rumori, negli odori. Su questa terra di gente operosa, parsimoniosa, attaccata alla famiglia (come è stata definita dal vescovo di mondovì), questa gente che ancora appesa sopra alla testiera del letto tiene l’immagine della madonna col bambino. Su questa terra di gente semplice trovavo qualcosa di complicato (dentro).

Questa gente imprime il proprio ritmo alle cose e alla vita. Così che risulta semplice adattarcisi. Adattarsi ai tempi, alle scansioni, alle note del quotidiano (a differenza di quanto non risulti, invece, per gli stessi elementi metropolitani).
Insomma, qui le cose scorrono con semplicità (poi, magari, a guardare più da vicino le cose non sono come sembrano). Anche gli eroi, Trumè e Carlotta, che nel 1644 hanno liberato queste terre dalla dominazione francese all’agghiacciante e minaccioso grido “Il forno è caldo! Fate pane”, erano gente semplice, operosa; gente di campagna.

Chissà se poi questa gente è veramente come sembra. C’è un detto: piemunteis, fals e curteis (non so se si scrive così). Secondo me inventato da qualche nemico dei piemontesi e dei Savoia (chissà?!)
Avevo già sentito l’odore della campagna alle sette del mattino. Ma ora era un’altra cosa.
Le cose, la vita, scorrono diversamente che al mare. La gente di mare è appassionata, calda (come il sole che picchia sui muri a secco), allegra. La musica, le tradizioni, i ritmi sono festosi, passionali, chiassosi. Lasciano poco spazio alla riflessione interiore, alla meditazione nel silenzio dei monasteri (che guarda caso sono di solito arroccati su qualche monte quasi irraggiungibile), ai lenti riti di passaggio delle stagioni e dei campi coltivati.

Il mare, come simbolo e come elemento, spinge alla ricerca e alla scoperta di terre lontane, di siti esotici, di viaggi avventurosi. Ai sogni romantici di conquista del non conosciuto. Per i divertimenti confezionati e impacchettati dell’era delle comunicazioni veloci è anche consumo, un prodotto mordi e fuggi. Un giocattolo da usare. Un luogo dove poter rubare il sole e riportarlo in città.

E le conchiglie, i sassi levigati, gli odori delle alghe. E tutto quello che c’è di più bello diventa consumo. Quando in poche ore sei su quelle spiagge esotiche a migliaia di chilometri di distanza, il mare è anche qualcosa da espropriare.
Il mare è la musica. La montagna, che sia subito a ridosso, presuntuosa e maestosa, della campagna, o che si stagli lontano all’orizzonte con prepotenza, è silenzio. A volte angoscia, inarrivabile cima vicino alla luna.

La cultura rurale è così diversa, nella sua lentezza, nella sua calma. Riflessa su se stessa chiama il suo cuore alla terra. Radici versus Viaggi.
Guardo la montagna e vedo il silenzio. E penso all’Infinito. Al leopardi (non certo colto da un raptus romantico). Il fatto è che la montagna sembra toccare il cielo. Il cielo che è la porta dell’infinito (l’altro infinito, non quello del Leopardi, ma quello dell’universo). Forse proprio per questo le montagne sono disseminate di monasteri, di luoghi di raccoglimento spirituale.

Forse la sensazione di essere più vicini a Dio (questo dovrò chiederlo al mio amico Frate) diventa emozione; un raggio che trafigge l’anima.
Eppure anche qua. Le montagne a pochi passi. L’eco dei ricordi dentro ad una valle. Com’è alta la luna.
Avevo già sentito l’odore della campagna alle sette del mattino. Ma questa volta era diverso. C’eri tu. Un raggio di sole che trafigge l’anima.

lug 08

MusicaPolitica


L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d’ombra e s’ingarbuglia la matassa

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lug 06

Mele…l’ozio tra utopia e realtà.

Ci sono momenti in cui apriamo la cassettiera dei pensieri e cominciamo a frugare, senza uno scopo preciso, tra le idee e le fantasie. Ne escono fuori di solito cianfrusaglie che contempliamo come oggetti curiosi o ricordi scovati in un solaio polveroso. E’ un’occupazione che richiede poca fatica e a cui ci dedichiamo nei rari momenti di ozio.

Può capitare, a volte, anche mentre aspettiamo il tram… allora vi saliamo meccanicamente per discendervi altrettanto meccanicamente quasi senza accorgerci di essere arrivati a destinazione: se siamo fortunati. Altrimenti proseguiamo fino alla fermata successiva irritati. La sensazione è quella di aver perso tempo prezioso, come se avessimo chissà quali impegni importanti che ci aspettano.

Quel che segue è soltanto un flusso di pensieri in una tarda serata oziosa.

Una notte di molto tempo fa, ma non tantissimo, intorno alle 23, nel silenzio di casa mia oramai addormentata, ero oziosamente abbandonato sul divano del soggiorno appena rischiarato dalla luce diffusa dalle alogene del cucinino attiguo. Banalmente mi alzai a prendere una mela e l’addentai. Un cassetto, nella mente, si aprì.

Era una mela croccante, succosa. Aveva il sapore delle mele. Ridicolo? Era il gusto dei ricordi. Quel sapore che l’industria dolciaria tenta di imitare in laboratorio attraverso la sintesi di alcuni prodotti detti esteri aromatici. Essenze che esistono in natura e la cui brutta copia chimica viene utilizzata un po’ ovunque, per esempio, anche nelle caramelle. Meno banale il fatto che la mela in questione non era stata acquistata in un supermercato. Proveniva dal piccolo orto dei miei genitori dove vivono dignitosamente tre piccoli meli lasciati a se stessi. Il loro aspetto non è dei migliori eppure ad anni alterni sono carichi di frutti, molti dei quali si perdono perché non vengono colti. Non per malavoglia, ma perché sono troppi e anche raccolti non si conserverebbero abbastanza a lungo per deliziare il palato.

Riflettevo, mentre andavo avanti ad addentare la mia mela, su quei meli.

C’è chi ritiene sia giusto, ragionevole e indispensabile utilizzare prodotti chimici per aumentare la produzione agricola, per produrre, nel caso delle mele, frutti sempre più grossi e più belli. La ragionevolezza dell’argomento si basa sul fatto che i fertilizzanti chimici contengono semplicemente sostante in forma biologicamente pura presenti anche nei fertilizzanti naturali. Per esempio fare pipì ai piedi di un albero è la stessa cosa di irrorare quella pianta con dell’urea sintetizzata in laboratorio.

Tutto ciò nacque (più o meno) da un’idea di von Liebig (proprio quello dei dadi) oltre un secolo fa. Liebig attraverso alcune ricerche sul suolo pervenne all’idea che le piante ne riducevano la fertilità poiché asportavano gli elementi necessari per il loro nutrimento. Dall’approfondimento di questi studi, sia da parte sua che di altri, deriva la teoria in base alla quale, per ottenere raccolti adeguati, ciascuno dei nutrienti doveva essere presente in quantità superiore a quella asportata con le colture.

Questo provocò una vera e propria rivoluzione sia dal punto di vista tecnico che da quello culturale. Una cultura evidentemente determinata dagli interessi economici. Soprattutto il fattore culturale sarà ed è tuttora determinante per lo sviluppo e la storia dell’agricoltura da allora in poi. In seguito, negli anni ’60 del secolo scorso, “grazie” al lavoro di alcuni ricercatori che selezionarono una varietà di riso ad alto rendimento con tempi di crescita molto brevi ebbe inizio un nuovo mercato: la famosa “Rivoluzione verde”. Rivoluzione che ha permesso alle industrie chimiche profitti ultramiliardari. Industrie che oggi invadono e avvelenano le parti più povere del mondo mentre si parla di rispetto dell’ambiente e di sensibilità ai problemi ecologici.

Intanto tra un pensiero e l’altro avevo addentato una seconda mela. Il piacere era così intenso che non volevo finisse. Lo scrocchiare della polpa sotto i denti era così rumoroso che pareva un frastuono. Tutto era più intenso. Ero immerso quasi in uno stato allucinatorio. Sentivo limpidamente l’ozio che mi assaliva. La mia postura sul divano era diventata scomposta. Il bzzzz del motore del frigorifero pareva amplificato e vagare per tutta la stanza senza sosta, il ticchettio dell’orologio a muro, poco sopra la mia testa, era come lo scroscio di un temporale d’estate contro i vetri.

Intanto avevo terminato la seconda mela.

Ero sprofondato tra i cuscini, disposti alla rinfusa, del divano.

Al termine della giornata, finalmente, non stavo facendo assolutamente nulla. Era sbalorditivo: stavo oziando. Non era la sensazione di “meritato riposo” dopo una giornata di lavoro. In tal caso sarebbe stato meglio andare a coricarsi e dormire. In ogni caso il riposo uno non se lo deve meritare! “Meritato riposo” è un modo di dire che senza troppe ambiguità fa credere che se non si è faticati per il lavoro, e che non si sia svolto il proprio dovere. Personalmente non credo di aver contratto nessun debito verso il sistema, dunque nessuno può decidere quando io devo riposare.

Avevo scelto di oziare. I pensieri correvano (solo quelli) ancora ai meli.

Esiste una forma di coltura chiamata permacoltura. Il termine, che significa “agricoltura permanente”, è stato coniato da un certo Bill Mollison un perfetto sconosciuto che ricevette il “Premio Nobel alternativo” (della Right Livelihood Foundation) il 9 dicembre 1981 a Stoccolma. L’idea si basa su un modello di organizzazione dei vari elementi di un territorio, uomo, sole, vento, acqua, edifici, piante, animali, in modo da stabilire tra loro rapporti funzionali e nella prospettiva di avvicinarsi il più possibile ad un ecosistema in equilibrio, dove sia ridotto al minimo l’intervento umano.

Sono passati decenni dalla nascita della “rivoluzione verde” e addirittura oltre un secolo dagli studi di Von Liebig eppure la situazione in senso assoluto è addirittura peggiorata. “Il consumo di una famiglia africana media è più basso del 20% rispetto a 25 anni fa”. Allo stesso modo, nell’Africa subsahariana “il numero di persone sotto alimentate è più che raddoppiato, passando da 103 milioni a 215 milioni nel 1990″. [Il Sud verso la regressione di Dominique Vidal – Le Monde diplomatique ottobre 1998]

Pensavo a come sarebbe stato bello un mondo nuovo. Senza proprietà privata. Alberi da frutta che crescono spontanei attorno a città e paesi. E frutti che ognuno può raccogliere. Dove sarebbero i ladri? Chi mai passerebbe furtivo vicino a una bancarella del mercato per sottrarre di nascosto una mela? E non vi sarebbe bisogno nemmeno della “Fabbrica del sorriso” (averla chiamata fabbrica è sintomatico) e delle piagnucolose e comode elemosine e del pietismo cristiano (e non) dei paesi ricchi verso i paesi poveri.

In lontananza, sulla strada, a pochi metri dalle finestre, fin troppo frequentemente, nonostante l’ora tarda, correvano le auto e interrompevano il flusso dei miei pensieri.

Rammentai un libro letto parecchi anni fa: “L’importanza di vivere” di Lin Yutang. Con grande sforzo cercai di passare mentalmente i vari capitoli. Sapevo bene che ce n’era uno dedicato interamente all’ozio. E’ uno di quei libri che ricordo con piacere e non ho mai dimenticato. Ricordavo anche di aver sottolineato alcuni passi particolarmente pregevoli. Soltanto il giorno dopo andai a scorrerne le pagine. Ecco! Capitolo settimo: Importanza di oziare. Troppo forte è la tentazione di citarne alcuni brani anche se, in verità, occorrerebbe leggere tutte le 18 pagine del capitolo per coglierne appieno il contenuto. Basti dire che uno dei paragrafi è intitolato “Il culto del dolce far niente”. Ma ecco alcuni brani.

Abbiamo…soltanto questa sgobbante umanità, ingabbiata e addomesticata, ma non nutrita [in corsivo nel testo], costretta dalla civiltà a lavorare e affannarsi per guadagnare il pane. Lo stato umano ha i suoi vantaggi, non c’è che dire – le delizie della conoscenza, i piaceri della conversazione (…) – ma resta il fatto essenziale che la vita umana è diventata troppo complessa e che solo il problema di alimentarci, direttamente o indirettamente, prende il novanta per cento delle nostre attività (…)

Se non fosse stato reso così difficile all’uomo procurarsi il cibo, non vi sarebbe stato nessun motivo perché l’umanità lavorasse così penosamente (…)

In definitiva, il godimento dell’ozio è qualcosa che costa decisamente meno del godimento del lusso. Tutto quanto richiede è un temperamento artistico, incline alla ricerca di un pomeriggio completamente inutile, passato in un perfettamente inutile modo.

L’ozio è sacro, ma non nel senso petrarchesco di “otium religiosorum” che quello era una sorta di aristocratica solitudine. Sacro perché sacra è anche la quotidianità. Sacro perché antiborghese. Se l’ozio rifugge dall’attività tanto più rifugge dall’iperattivismo necessario anche alla più semplice accumulazione di denaro. Quel capitale monetario sottratto alla circolazione che si trova in forma di tesoro, secondo Marx. Quando un certo capitale monetario esce dalla circolazione che trasforma il denaro in merce e la merce nuovamente in denaro “il denaro ha così la forma” scrive Marx “di capitale monetario giacente ozioso”  (Il Capitale Libro II pag. 79). Singolare è la locuzione “giacente ozioso” per definire un capitale improduttivo.

L’ozio è proletario. Tant’è che la morale e il pensiero borghese, ma anche quello cristiano che quando conviene ad entrambi sono solidamente alleati, hanno dovuto inventare tutta una serie di espedienti per costringere il popolo all’attività (finalizzata alla produzione economica) senza costrizione fisica (pluslavoro), al lavoro cioè senza minaccia o schiavitù fisica (ma dove le condizioni lo consentono è sostanzialmente ancora in vigore). Il proletario vorrebbe essere ozioso: pochissime ore di lavoro al giorno sarebbero sufficienti per il suo benessere (e della sua famiglia) se un sistema di frode non si appropriasse dei frutti della sua attività. Ma la vergogna di una morale che lo colpevolizza, lo criminalizza e lo marchia come buono a nulla se non si dà da fare, e darsi da fare significa essere efficienti e produrre per il sistema di rapina, lo rendono comunque schiavo.

La morale borghese incombe sul proletario anche con detti, proverbi e luoghi comuni: chi dorme non piglia pesci, il mattino ha l’oro in bocca, l’ozio è il padre dei vizi. Quello che non spiega una certa morale, però, è, per esempio nell’ultimo caso, quali sono questi vizi. Ce ne sono alcuni a cui non si dovrebbe rinunciare per nulla al mondo. In ogni caso quel che è vizio oggi, la storia insegna che non vi è nulla di eterno, domani potrebbero essere virtù. L’ozio nella Cina antica era, per l’appunto, tale. Forse lo era di più per filosofi e letterati, ma si può migliorare per estenderlo a tutta la popolazione.

Credo che anche “lavorare come un negro” (uno dei peggiori modi di dire) sia un’invenzione borghese adatta ad esaltare l’importanza della fatica e spronare al lavoro. Non credo, anzi sono sicuro, che i “neri” siano più contenti di sgobbare dei bianchi, o di qualunque altra popolazione. Sgobbavano a suon di frustate quando erano in schiavitù. Forse il detto potrebbe essere interpretato in questo modo: se non sgobbi come uno “sporco schiavo negro” prendi le stesse frustate e dunque ti conviene lavorare. In generale l’uomo lavora molto quando un padrone (un governante, un sovrano) in qualche modo ricatta e opprime il proletario (il popolo).

Un fremito mi aveva scosso dal torpore. Sollevai lo sguardo verso l’orologio a muro, il suo ticchettio sovrastava la stanza oziosa. Era quasi l’una. Mi ero appisolato.

Avvolto in un piacevole stordimento, come immerso in uno stato allucinatorio, l’idea di paragonare l’ozio ad una droga mi sembrò naturale, e allora… liberalizziamo l’ozio!

lug 05

Corbezzoli!!

Quando ero giovane, ragazzino, abitavo a Ospedaletti, due brevi strisce di case che fiancheggiano la via Aurelia. Non esisteva ancora l’autostrada dei fiori, c’erano solo i fiori, e quindi non era ancora arrivata la mafia assieme alla Cogefar, la società che avrebbe preso in appalto i cantieri per la sua realizzazione.

La speculazione edilizia prodotta dal boom economico aveva già fatto le sue devastazioni: il commendator Melandri, accusato più di una volta di omicidio colposo perché i suoi magnifici palazzi crollavano, era all’inizio della sua brillante carriera. Era padrone anche dell’Hotel Mediteranée dove suonai per una stagione invernale i sabati sera.

I pensionati Fiat alloggiavano all’Hotel Regina Margherita. Era l’epoca in cui il padrone era convinto di poter rappresentare il buon padre di famiglia. I lupi potevano travestirsi da Agnelli, gli operai sapevano che essere padrone era uno stigma: un marchio, oggi un marchio…nne.

Ospedaletti ha una stupenda cornice: terrazzamenti, che in Liguria chiamano fasce, e da cui si scorge il mare venato di lievi spume bianche, cielo azzurro e irte colline. La più possente è Monte Nero, a ridosso della costa, che sprofonda ripida sulla costa tra Ospedaletti e Bordighera. Un sorta di paradiso terrestre che grazie ad un “microclima” più unico che raro pare tutto l’anno primavera. E con questa storiella la Riviera dei Fiori c’ha sempre campato e fatto pagare a caro prezzo, soprattutto Bordighera, la città delle palme, una perla.  E le perle le compra chi se le può permettere.

Andavo abbastanza spesso, da giovane, a camminare per quelle scoscese calle rivierasche e m’inoltravo nella boscaglia arida a volte anche in cerca di funghi, ma più di frequente per una semplice scampagnata. Ricordo che ancora si trovavano alberelli di frutti ormai dimenticati: i corbezzoli. Polposi frutti dolci e morbidi che non hanno eguali. Trovare un termine di paragone è difficile, non esiste un frutto che gli somigli. Vederlo appeso, rosso, tra i rami e le foglie,  e tra i rami  sbirciare il cielo azzurro, luminoso era un’immagine psichedelica.

Oggi non credo sia più possibile inebriarsi di simili visioni e sapori. Le grandi mafie e massonerie non si nascondono più, la Cogefar è solo un vago ricordo, la Tav è cosa economicamente ben più grande dell’autostrada dei fiori e il commendator Melandri è stato sostituito da un “cavalliere”.

Tutto cambia: i corbezzoli non si trovano più e ci tocca, invece, mandar giù… frutti velenosi.

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